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FAQ su Via Rasella e Fosse Ardeatine
(troppo vecchio per rispondere)
sergio
2004-05-25 16:56:37 UTC
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Non solo in alcuni siti di nostalgici ma perfino sui ng di Storia si
leggono spesso cose vere e proprie falsita' sull'azione di via Rasella e
sulla barbara rappresaglia che ha portato molti nostri connazionali a
morire alle Fosse Ardeatine.

Vedendo alcuni post apparsi recentemente mi sembra che , specie per gli
ultimi arrivati nel ng e casomai poco informati in buona fede, sia il caso
di proporre per esteso la seguente FAQ su Il combattimento di via Rasella
del 23 marzo 1944.

L'autore della FAQ e' Andrea Dominici.

Saluti
Sergio
-------------------

Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, un gruppo di Gappisti romani, al
passaggio
di una colonna di militari nazisti nel centro di Roma, fece esplodere una
bomba ed attacco` il reparto. Morirono 33 tedeschi (32 immediatamente o
entro poche ore, 1 il giorno dopo) e ne furono feriti un centinaio.
Morirono anche due italiani per l'esplosione, ed altri furono uccisi dai
tedeschi.

I partecipanti all'azione erano: com. Carlo Salinari "Spartaco", Franco
Calamandrei "Cola", Giulio Cortini "Cesare", Laura Garrone-Cortini
"Caterina",
Duilio Grigioni, Marisa Musu "Rosa", Ernesto Borghesi, Mario Fiorentini
"Giovanni", Lucia Ottobrini "Maria", Carla Capponi "Elena", Rosario
Bentivegna
"Paolo", Raoul Falcioni, Silvio Serra, Francesco Curreli, Fernando
Vitagliano
"Fernandino", Pasquale Balsamo, Guglielmo Blasi.

Al combattimento segui' la feroce rappresaglia nazifascista: 335 italiani,
prelevati dalle carceri di via Tasso, di via Lucullo e di Regina Coeli,
furono trucidati alle Cave (poi dette Fosse) Ardeatine. Questa strage
rimane uno dei maggiori simboli della barbarie nazifascista, e pertanto la
propaganda di destra ha sempre cercato di giustificarla e di dipingere
l'azione di via Rasella come un gesto criminale.

Quanto segue cerca di rispondere in modo sintetico ma esauriente ad una
serie di affermazioni, generalmente tendenziose, che si sentono fare
spesso su quell'episodio.

Questo materiale si basa sul libro di Rosario Bentivegna e Cesare De
Simone,
"Operazione via Rasella", Editori riuniti, 1996, con qualche interpolazione
e considerazione personale.

Altri libri consigliabili sono Robert Katz, "Morte a Roma", Editori
Riuniti,
1996, e Lutz Klinkhammer, "Stragi naziste in Italia", Donzelli, 1997.


=== FREQUENTLY ASKED QUESTIONS (sort of) ====================

1. I tedeschi promisero di risparmiare gli ostaggi, se gli autori
dell'attentato si fossero consegnati.

Non ci fu alcuna promessa del genere, e la strage avvenne in segreto, come
conferma Kappler nella sua deposizione:

"I partigiani avrebbero potuto organizzare un attacco fulmineo. L'intera
citta` avrebbe potuto insorgere. Per ragioni di sicurezza, le esecuzioni
dovevano essere tenute segrete finche' non fossero state portate a
termine".

E piu' esplicitamente Kesselring:

DOMANDA: Faceste qualche appello alla popolazione romana o ai
responsabili dell'attentato prima di ordinare la rappresaglia?
KESSELRING: Prima no.
D.: Avvisaste la popolazione romana che stavate per ordinare
rappresaglie nella proporzione di uno a dieci?
K.: No. [...]
D.: Ma voi avreste potuto dire 'se la popolazione romana non consegna
entro un dato termine il responsabile dell'attentato fucilero` dieci
romani per ogni tedesco ucciso'?
K.: Ora, in tempi piu' tranquilli, [...] devo dire che l'idea sarebbe
stata molto buona.
D.: Ma non lo faceste?
K.: No, non lo facemmo.

-- Atti del processo Kappler, Tribunale Militare di Roma.

Quanto all'idea assurda che i Partigiani avessero un qualsiasi obbligo
morale
o militare di consegnarsi per salvare gli ostaggi, valga, per esempio, la
testimonianza di Arrigo Paladini, ufficiale del Centro Militare Clandestino
del gen. Montezemolo e prigioniero dei nazifascisti a via Tasso:

"E` assurdo pensare che un attentatore si presenti al nemico, mettendo a
repentaglio tutta un'organizzazione. Se io ho una responsabilita`[...] in
un qualsiasi reparto militare, e mi consegno ai tedeschi, do ai tedeschi la
possibilita` di torturarmi e di conseguenza farmi parlare. Da un punto di
vista militare, le pretese che i Gap si presentassero mi sembra assurda.
Senza contare che era poi molto improbabile che i tedeschi non avrebbero
ucciso i 335 ostaggi, anche se avessero avuto in mano gli attentatori".


2. I partigiani sapevano, fin dai bandi di Kesselring del settembre '43,
che
i tedeschi avrebbero fucilato dieci italiani per ogni tedesco ucciso,
quindi
non avrebbero dovuto compiere l'attacco di via Rasella.

Con la stessa logica, non avrebbero dovuto compiere alcuna azione. Inoltre,
i Partigiani cecoslovacchi non avrebbero dovuto uccidere il Gauleiter
Heydrich, (alla cui uccisione segui' l'eccidio di Lidice), ed i Partigiani
francesi avrebbero dovuto rinunciare a tutte le loro attivita`, evitando
forse i massacri di Oradour-sur-Glane e di Tulle? Ed il governo britannico
avrebbe dovuto arrendersi a Hitler, per evitare i bombardamenti sulle
citta`
inglesi?


3. La rappresaglia tedesca era legittima e Kappler non venne condannato per
l'uccisione di 330 ostaggi (nella proporzione 10 a 1), ma per averne
uccisi 5 in piu'.

Vedi che guai combina la distrazione! A parte il fatto che bisogna avere la
mentalita` dei burocrati nazisti per giustificare, al di la` di qualsiasi
argomentazione giuridica, una rappresaglia come quella delle Fosse
Ardeatine, Kappler e i suoi complici furono condannati in quanto:

"[...] agendo con crudelta` verso le persone, con successive azioni
esecutive del medesimo disegno criminoso, senza necessita` e senza
giustificato motivo, per cause non estranee alla guerra e precisamente in
esecuzione di sanzioni collettive stabilite per un attentato commesso il
23 marzo 1944 in via Rasella, Roma, [...] cagionavano, mediante colpi di
arma da fuoco esplosi con premeditazione, a cinque alla volta, alla nuca
di ogni vittima, la morte di 335 persone, in grandissima maggioranza
cittadini italiani militari e civili, che non prendevano parte alle
operazioni militari".

"[...] trattasi, difatti, [...] di omicidi commessi in relazione
all'attentato di via Rasella, cioe` per una causa non estranea alla
guerra, senza necessita`, [...] e senza giustificato motivo dal momento
che va negata, [...] la sussistenza delle cause giustificatrici inerenti
alla rappresaglia e alla repressione collettiva".

-- Processo Kappler, Tribunale Militare di Roma, sent. n. 631, 20/7/1948.


4. I partigiani non dovevano compiere operazioni a Roma, che era "citta`
aperta".

Roma non e` mai stata "citta` aperta". Il governo Badoglio dichiaro`
unilateralmente, il 14/8/1943, di considerare Roma come citta` aperta
(cioe`
demilitarizzata), ma gli Alleati non accettarono. Il gen. Calvi di Bergolo
firmo` la resa di Roma ai tedeschi il 10/9/1943, e le condizioni di resa
stabilivano che:

"[...] le truppe tedesche devono stare ai margini della citta` libera di
Roma, salvo l'occupazione della sede dell'ambasciata di Germania, della
stazione radio di 'Roma I' e della centrale telefonica tedesca. S.E. il
generale di divisione Calvi di Bergolo, nominato comandante della citta`
aperta di Roma, avra` alle sue dipendenze una divisione di fanteria per il
mantenimento dell'ordine pubblico, oltre tutte le forze di polizia".

-- pubblicato su L'Osservatore Romano, 12/9/1943.

I termini della resa non vennero mai rispettati. Kesselring installo` in
citta` vari comandi militari e di polizia, la uso` come via di transito per
truppe e rifornimenti, esegui' rastrellamenti, arresti, deportazioni,
fucilazioni e torture. Inoltre, fece arrestare il gen. Calvi di Bergolo col
suo stato maggiore e trasferi' ogni potere al comando tedesco.


5. I partigiani di via Rasella non ebbero il coraggio di fare come Salvo
d'Acquisto, che si accuso` di un attentato che non aveva commesso e venne
fucilato al posto di 22 ostaggi che si salvarono grazie a lui.

Bisogna ripetere che i Partigiani di via Rasella avevano il _dovere_ di
_non_ consegnarsi al nemico (v. sopra)! Cio` detto, osserviamo che il caso
del carabiniere Salvo d'Acquisto e` completamente diverso. Salvo
d'Acquisto non faceva parte della Resistenza, e quindi il suo gesto eroico
non rischiava di compromettere gli obiettivi e l'esistenza della lotta di
liberazione.
(Incidentalmente: non c'era stato alcun attentato, ma l'esplosione
accidentale di una bomba in una perquisizione in una caserna della Guardia
di Finanza).

Un gesto come quello di Salvo d'Acquisto fu compiuto dal sottufficiale
della
Guardia di Finanza Vincenzo Giudice a Bergiola Foscalina (Carrara) il
16/9/1944, ma non valse ad evitare il massacro di 71 persone, fra cui
bambini bruciati vivi nella scuola, per mano delle SS e dei Briganti Neri.


5. Nell'attentato morirono dei civili italiani, fra cui un bambino,
dilaniato orribilmente dall'esplosione.

L'esplosione uccise un uomo non identificato ed il tredicenne Pietro
Zuccheretti. Una donna, Fiammetta Baglioni di 66 anni, ed un uomo, Pasquale
di Marco, 34 anni, furono uccisi dai tedeschi, la donna nella
sua casa di via Rasella e l'uomo in via Quattro Fontane. Un poliziotto
italiano, Erminio Rossetti, autista del questore collaborazionista Caruso,
venne ucciso dai tedeschi. Nel rastrellamento successivo, vennero uccisi in
combattimento due Partigiani di Bandiera Rossa, Antonio Chiaretti ed Enrico
Pascucci.

La propaganda fascista ha sparso calde lacrime sulla morte del bambino di
via Rasella, ucciso per una fatalita` inevitabile nonostante i Gappisti
avessero fatto il possibile per allontanare i passanti. Poche lacrime sono
state sparse sulle decine di bambini assassinati volontariamente e
coscientemente dai nazifascisti.

A proposito della morte di Pietro Zuccheretti, il "Giornale" e il "Tempo"
pubblicarono una foto in cui si vedevano un tronco umano ed una testa
staccata, che dovrebbero essere i resti del bambino. Nella foto si nota
pero` il bordo di un marciapiede, che allora in via Rasella non c'era. E`
lecito sospettare che si tratti di un falso, ma perche' ricorrere ad un
falso per documentare un fatto storicamente accertato? Dobbiamo dedurre
che alcuni giornalisti sono talmente abituati alla menzogna, da sentirsi
obbligati a produrre prove false anche per dimostrare fatti veri.


6. I partigiani avrebbero dovuto combattere fuori dalla citta` di Roma per
non coinvolgere i cittadini nella guerra.

Se invece coinvolgevano i campagnoli andava tutto bene! Sono stati i
nazifascisti a coinvolgere tutta l'Italia nella guerra. A Roma in
particolare, al tempo dell'azione di via Rasella c'erano gia` stati vari
bombardamenti, la battaglia di Porta S.Paolo, la deportazione di 2000
carabinieri, quella di 1024 ebrei (di cui ne sopravviveranno 11), e le
innumerevoli violenze nazifasciste.


7. Le vittime dell'attentato non erano delle SS, ma dei vecchi altoatesini
disarmati, inquadrati in un reparto che aveva solo funzioni di ordine
pubblico.

Il reparto era l'11a compagnia del 3o battaglione del reggimento "SS
Polizei
Bozen". Il battaglione dipendeva dal comando delle SS in Italia (gen.
Wolff)
e a Roma dipendeva da Kappler. I soldati della colonna di via Rasella
(piu' di 150) erano armati e scortati, in testa e in coda alla colonna, da
pattuglie con mitragliatrici su motocarrozzette. Cosi' un superstite,
Konrad Sigmund:

"Avevamo tutti cinque o sei bombe a mano attaccate alla cintola [...]"

Un altro superstite, Franz Bertagnoli:

"Anche quella mattina, [...] ci dettero l'ordine di tenere il colpo in
canna e di essere pronti a sparare".

-- U. Gandini, "Quelli di via Rasella"

Il piu' anziano dei 33 morti era Jakob Erlacher, classe 1901, ed il piu'
giovane Franz Niederstaetter, 1917.

Il fatto che i soldati fossero altoatesini anziche' tedeschi di Germania
e` semplicemente irrilevante: tedeschi, altoatesini e fascisti erano tutti
nemici da colpire con ogni mezzo. Comunque, per completezza, i soldati
erano
reclutati sia fra gli _Optanten_ che fra i _Dableiber_, cioe` altoatesini
che avevano scelto la nazionalita` germanica e, rispettivamente, italiana,
e la provincia di Bolzano, insieme a Trento e Belluno, era stata annessa al
Reich col nome di Voralpenland.

Quanto alle funzioni di _solo_ ordine pubblico, sappiamo bene cos'era
"l'ordine pubblico" del regime nazifascista. I battaglioni del reggimento
Bozen venivano impiegati nella lotta antipartigiana e commisero varie
efferatezze sia contro i prigionieri Partigiani che contro la popolazione:

"Il 20 e 21 agosto '44 si ebbe il massacro di Boistal, in Cadore: la
valle, che era in mano ai partigiani, fu percorsa dal [2o] battaglione del
Bozen che non ebbe alcun riguardo per la popolazione, vennero uccisi donne
e bambini e bruciati i villaggi, il tragico bilancio dell'operazione
definita di polizia fu di 46 vittime. Nel marzo 1945 il reggimento Bozen,
coi suoi due battaglioni 1o e 2o, prese parte a una sanguinosa
rappresaglia per un attacco partigiano nel quale morirono tre uomini della
polizia sudtirolese. I membri del reggimento impiccarono 14 prigionieri
sulla piazza centrale della citta`. Proprio in Belluno il Bozen e` giunto
a triste fama per la sua brutalita`: alcuni membri del reggimento furono
processati dal Tribunale militare per delitti di guerra".

-- C. Franceschini, "Il trauma di Roma", in Suedtirol Profil.


8. L'attentato di via Rasella fu vile, perche' i partigiani lasciarono li'
la bomba e scapparono.

Chi accusa di vilta` i Partigiani dovrebbe mostrare il _suo_ coraggio
andandosene a giro con 18 kg. di esplosivo in una citta` occupata in tempo
di guerra, con la prospettiva, se catturato, di essere affidato al fascista
Koch oal nazista Priebke.

In effetti l'accusa di vilta` e` tanto cretina (oltre che carognesca) che
mi
vergogno a parlarne, ma siccome di cretini ce ne sono tanti, e parlano a
ruota libera, sono costretto a ricordare che i Gappisti erano esposti al
pericolo ogni istante della loro vita, prima, durante e dopo le azioni.
Vivere in clandestinita` significa poter essere scoperti per qualsiasi
sospetto, per qualsiasi avvenimento fortuito. Bentivegna, travestito da
spazzino, incontro` due spazzini veri che si insospettirono e lo presero
per un borsaro nero.
Carla Capponi, aspettando a lungo davanti a un'edicola, attiro` i sospetti
di due poliziotti. Il centro di Roma era pieno di comandi e uffici
militari, di soldati, di poliziotti, di spie.

Quanto alla dinamica del combattimento, la bomba venne fatta esplodere con
una miccia di 50 secondi, e dopo l'eplosione una seconda squadra attacco` i
tedeschi (che erano bene armati, v. sopra) a colpi di bombe a mano (piu'
precisamente, bombe da mortaio Brixia adattate, fornite insieme al tritolo
della bomba principale dal Centro Militare Clandestino del gen.
Montezemolo).

Ma forse i coraggiosi denigratori della resistenza avrebbero voluto che i
nostri Partigiani sfilassero nel centro di Roma inquadrati e in uniforme,
sventolando la bandiera e suonando tre volte la carica. E naturalmente,
caricando all'arma bianca per non colpire i passanti con pallottole
vaganti.
Mentre i tedeschi avrebbero potuto legittimamente falciare con le
mitragliatrici sia i Partigiani che i passanti, visto che i loro legittimi
comandanti glielo avevano legittimamente ordinato.

Infine, vale la pena di ricordare che nel 1968-69 il vile Bentivegna
combatteva ancora per la nostra liberta` contro la giunta dei colonnelli,
traghettando gli antifascisti greci attraverso l'adriatico. Negli stessi
mesi, alcuni coraggiosi fascisti italiani si addestravano in Grecia e
preparavano l'attentato di piazza Fontana: fulgido esempio di ardimento
fascista.


9. L'attentato di via Rasella fu inutile sul piano militare.

Secondo i nemici della Resistenza, nessuna azione fu utile. L'operazione di
via Rasella, tanto per cominciare, distrusse una compagnia di SS, i cui
superstiti furono rispediti a Innsbruck e non parteciparono alle
deportazioni di italiani (come fecero le altre due compagnie del 3o btg.)
ed alla repressione antipartigiana, ne' a Roma ne' in Italia
settentrionale. Al di la` delle conseguenze immediate della singola
azione, essa, insieme alle altre, contribui' agli obiettivi generali della
guerra partigiana: colpire il
nemico dietro alle linee, impegnare le sue forze, rendergli impraticabile
il
territorio. Come disse Kesselring:

"Roma era diventata per noi una citta` esplosiva ... Per noi era un grave
problema quello della sicurezza nell'immediata retrovia del fronte. Tra
l'altro ne risentiva direttamente anche il morale delle truppe
combattenti, che non si potevano piu' mandare a Roma per brevi periodi di
riposo e di licenza".

-- Atti del processo Kesselring, Tribunale militare britannico di
Trieste, 1946-47.


10. L'eccidio di 335 italiani alle Fosse Ardeatine fu inutile sul piano
militare.

Evidentemente.


11. I nazisti stavano gia` perdendo la guerra e gli Alleati erano vicini a
liberare Roma, quindi le azioni dei partigiani erano inutili ed inutilmente
mettevano a rischio la vita dei cittadini innocenti.

Se i nazisti stavano perdendo la guerra, perche' non si arresero con i loro
servi fascisti, perche' non consegnarono Roma agli Alleati, risparmiando
tante sofferenze alla popolazione civile? Inoltre e` quasi divertente
osservare che questa pseudoargomentazione contro la Resistenza viene fatta
di solito da gente che si riempie la bocca di "onore", "patria", "nazione"
e via dicendo. Tanti discorsi, ma avrebbero voluto che gli italiani si
rassegnassero ad essere oggetto di conquista, rinunciando al riscatto
etico e politico dell'insurrezione antifascista.


12. Le azioni dei GAP erano in contrasto con gli ordini del governo del Sud
e quindi illegittime.

"I partigiani di via Rasella facevano parte di una organizzazione
militare inquadrata nella Giunta militare. Questa, alla stessa stregua
del Comando di liberazione, per il riconoscimento implicito ad essa
fatto, attraverso numerose manifestazioni, dal governo legittimo e per i
fini propri di quest'ultimo (lotta contro i tedeschi) che essa attuava in
territorio occupato, si poneva come organo legittimo, almeno di fatto,
dello Stato italiano".

-- Processo Kappler, Tribunale Militare di Roma, sent. n. 631, 20/7/1948.

"L'azione di via Rasella, anche se fosse stata, per ipotesi, realizzata
contro le direttive dei comandanti militari accreditati presso il
governo legittimo [...] non cesserebbe per questo di essere un atto di
guerra"

-- Tribunale Civile di Roma, sent. 9/6/1950.


13. Le azioni dei GAP erano in contrasto con gli ordini dei comandi Alleati
e quindi illegittime.

"[...] attivare tutti i contatti e [...] dare tutte le disposizioni
perche' le forze partigiane operanti nel Centro Italia prendano - anche
in accordo con i locali centri OSS - iniziative offensive sul territorio
[...]"

-- fonogramma dal comando Alleato al governo Badoglio, 2/2/1944, Public
Record Office, Londra, 456/S/12 Italy 65/7.


14. Togliatti non ha voluto l'attentato di via Rasella.

Questa affermazione si basa su un presunto telegramma di Togliatti del 25
marzo, indirizzato al PCI romano, che condannava l'azione. Questo
telegramma
non e` mai stato trovato. Nel numero 4, aprile 1996 di "Storia Illustrata",
un articolo dello storico Enzo Forcella si riferisce a tale telegramma, ma
lo storico afferma che tale riferimento e` stato aggiunto arbitrariamente
dalla redazione della rivista.


15. Togliatti ha voluto l'attentato di via Rasella.

Questa affermazione si basa su un presunto biglietto di Togliatti letto
dall'ex-Gappista Guglielmo Blasi, il traditore che denuncio` i suoi
compagni.
Questo biglietto non e` mai stato trovato. Togliatti arrivo` in Italia il
27
marzo 1944, quattro giorni dopo l'azione di via Rasella, viaggiando dalla
Russia via Alessandria d'Egitto. Come diavolo facesse a mandare telegrammi
e
biglietti ai GAP o al PCI nella Roma occupata e` un mistero.

Ovviamente, se Togliatti avesse ordinato l'attacco non ci sarebbe stato
niente di male, ma comunque _non_ lo ha fatto. Questa leggenda, insieme a
quella parallela dell'opposizione di Togliatti allo stesso attentato,
dimostra la compulsione a mentire caratteristica della propaganda
antiresistenziale. Non per nulla e` stata ripresa dal "Giornale" di Feltri.


16. I partigiani comunisti vollero provocare una sanguinosa rappresaglia
per
scatenare un'insurrezione.

Quindi i nazifascisti eseguirono una sanguinosa rappresaglia per aiutare i
Partigiani comunisti a scatenare un'insurrezione. Geniale.


17. I partigiani comunisti vollero provocare una sanguinosa rappresaglia
per
eliminare i capi della Resistenza di altre tendenze politiche, come gli
ufficiali del Centro Militare Clandestino ed i militanti di Bandiera
Rossa.

In questo modo i Gappisti avrebbero fatto eliminare anche parecchi
militanti
del PCI, detenuti in via Tasso e a Regina Coeli, come Antonello Trombadori,
fondatore dei GAP, ed il Gappista Umberto Scattoni, che mori' appunto alle
Fosse Ardeatine.

Questa diabolica macchinazione comunista inoltre avrebbe dovuto celarsi
anche dietro a tutte le altre azioni commesse prima e dopo via Rasella. E
le
operazioni compiute dalle altre formazioni? I Partigiani di Bandiera Rossa
e
delle Brigate Matteotti, attaccavano anche loro i nazifascisti per il gusto
di far fucilare i loro compagni prigionieri?

La storia del complotto contro Bandiera Rossa nasce da un libro scritto da
Roberto Guzzo, unico superstite dei combattenti di Bandiera Rossa detenuti
in quei giorni, libro che e` stato sconfessato dagli altri Partigiani della
stessa organizzazione (v. intervista col com. Orfeo Mucci, "Liberazione",
29/6/1997).

Infine, volendo attribuire ai Gap comunisti tanto efferato cinismo,
bisognerebbe chiedersi se non fossero anche scemi oltre che traditori, per
mettersi ad organizzare un'azione pericolosa nell'attuazione e nelle
conseguenze, solo per eliminare degli "avversari" che erano gia` in mano al
nemico, con pochissime probabilita` di sfuggire. Forse i sostenitori
della tesi del complotto comunista credono che in via Tasso 155 ci fosse
un ostello della gioventu'.


18. L'attentato interruppe le trattative in corso fra Kappler e settori
della Resistenza, che avrebbero favorito la ritirata tedesca senza danni
per i civili.

Ne parla soltanto Roberto Guzzo (v. sopra), non esiste alcun riscontro ne'
da parte tedesca ne' da parte del CLN, ne del governo, ne' da chicchessia.


19. Nel CLN ci fu una forte opposizione all'attentato.

Ci fu opposizione, dopo l'azione, da parte delle componenti piu'
conservatrici. Tuttavia, il rappresentante liberale, Manlio Brosio,
sostenne
i Gappisti ed affermo` che il CLN doveva assumersi la piena
responsabilita` di tutte le sue azioni armate, come in effetti avvenne:

"[...] Sotto il pretesto di rappresaglia per un atto di guerra di patrioti
italiani in cui esso aveva perduto 32 dei suoi SS, il nemico ha massacrato
320 innocenti, strappandoli dal carcere dove languivano da mesi [...]"

Roma, 28 marzo 1944.

IL COMITATO CENTRALE DI LIBERAZIONE NAZIONALE"

-- pubblicato su "L'Unita`" il 13/4/1944 e su "Risorgimento liberale"
il 15/4/1944.


20. Sandro Pertini ha condannato l'azione di via Rasella.

"Le azioni contro i tedeschi erano coperte dal segreto cospirativo [...].
Naturalmente io non ne ero al corrente. L'ho pero` totalmente approvata
quando ne venni a conoscenza"

-- S. Pertini, in G. Bisiach, "Pertini racconta", Mondadori, 1977,

Pertini era il rappresentante socialista nella Giunta militare del CLN.


21. L'azione fu un'iniziativa individuale di Rosario Bentivegna e Carla
Capponi.

La Giunta militare del CLN sollecito` le formazioni romane a svolgere
azioni
militari clamorose. La colonna tedesca venne proposta come obiettivo dal
comando dei GAP centrali di Roma, e la proposta venne approvata da Giorgio
Amendola, rappresentante dei GAP nella Giunta. L'attacco venne condotto da
12 Partigiani, ed altri 5 parteciparono alla sua organizzazione.


22. L'attentato di via Rasella fu l'unica azione di guerriglia entro la
cinta urbana di Roma.

Solo nel mese di marzo ci furono 75 azioni di guerriglia urbana, fra cui
l'attacco ad una colonna di fascisti in via Tomacelli (10 marzo). Fra le
numerose azioni urbane ricordiamo gli attacchi al comando tedesco all'Hotel
Flora, al Forte Bravetta, ai camion tedeschi davanti al cinema Barberini,
alla centrale telefonica tedesca della stazione Trastevere.


23. Un articolo del settimanale "Oggi" del 1948 afferma che un sig. Massimo
Di Massimo ospito`, la sera del 23 marzo, il Gappista Franco Calamandrei,
il quale disse che i Gappisti prevedevano una grande rappresaglia ma non
si sarebbero mai costituiti.

Questo venne smentito, l'anno successivo e in seguito ad una querela di
Calamandrei, dallo stesso Di Massimo. Il Di Massimo aveva ospitato due
Gappisti, ma molto piu' tardi, cioe` il 10 maggio, e non si trattava ne' di
Calamandrei ne' di Bentivegna, ma di Mario Fiorentini e di Lucia Ottobrini.
Difficile capire cosa questi abbiano detto veramente, visto il modo
sfacciato in cui e` stata falsificata la notizia, col cambiamento di data
e di identita`.

Nonostante la smentita, sul n. 17, nov. 1949, di "Oggi", la stampa di
destra
ha ripreso piu' volte la falsa notizia, spesso mettendo Bentivegna o Carlo
Salinari (comandante dei GAP centrali) al posto di Calamandrei. La piu'
recente versione di questo "scoop" cinquantenario ovviamente illustra le
pagine auree del "Giornale" di Feltri, 10/4/1996.


24. Le intercettazioni telefoniche fatte dalla polizia della RSI dopo
l'attentato, pubblicate recentemente dallo storico Aurelio Lepre,
dimostrano che la popolazione era ostile ai partigiani.

Quelle intercettazioni dimostrano solo che la maggior parte dei possessori
di telefoni o erano fascisti o fingevano di esserlo. Nel 1944 il telefono
era
un oggetto di lusso, e questo seleziona in modo netto la classe sociale del
campione scelto per questo esperimento. Inoltre, gli antifascisti si
guardavano bene dall'esprimere le proprie opinioni al telefono, sapendo
ovviamente che i telefoni erano controllati. Ennesimo esempio dei
criteri "scientifici" del revisionismo.
--
questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad ***@newsland.it
Michele Armellini
2004-05-26 08:22:06 UTC
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Post by sergio
Vedendo alcuni post apparsi recentemente mi sembra che , specie per gli
ultimi arrivati nel ng e casomai poco informati in buona fede, sia il caso
di proporre per esteso la seguente FAQ su Il combattimento di via Rasella
del 23 marzo 1944.
Ben fatto. Grazie.

Un paio di precisazioni che comunque non fanno che completare il quadro.
Post by sergio
3. La rappresaglia tedesca era legittima e Kappler non venne condannato per
l'uccisione di 330 ostaggi (nella proporzione 10 a 1), ma per averne
uccisi 5 in piu'.
Vedi che guai combina la distrazione! A parte il fatto che bisogna avere la
mentalita` dei burocrati nazisti per giustificare, al di la` di qualsiasi
argomentazione giuridica, una rappresaglia come quella delle Fosse
"[...] agendo con crudelta` verso le persone, con successive azioni
esecutive del medesimo disegno criminoso, senza necessita` e senza
giustificato motivo, per cause non estranee alla guerra e precisamente in
esecuzione di sanzioni collettive stabilite per un attentato commesso il
23 marzo 1944 in via Rasella, Roma, [...] cagionavano, mediante colpi di
arma da fuoco esplosi con premeditazione, a cinque alla volta, alla nuca
di ogni vittima, la morte di 335 persone, in grandissima maggioranza
cittadini italiani militari e civili, che non prendevano parte alle
operazioni militari".
Va aggiunto che le rappresaglie collettive, inoltre, sono contrarie all'art.
50 della Convenzione dell'Aia IV (Leggi e consuetudini di guerra terrestre)
del 1907, di cui la Germania era firmataria.
Post by sergio
4. I partigiani non dovevano compiere operazioni a Roma, che era "citta`
aperta".
Roma non e` mai stata "citta` aperta". Il governo Badoglio dichiaro`
unilateralmente, il 14/8/1943, di considerare Roma come citta` aperta
(cioe`
demilitarizzata), ma gli Alleati non accettarono.
Gli Alleati non accettarono formalmente, ma sospesero i bombardamenti su
Roma.

Michele
Pomero
2004-05-26 21:39:23 UTC
Permalink
Post by sergio
Non solo in alcuni siti di nostalgici ma perfino sui ng di Storia si
leggono spesso cose vere e proprie falsita' sull'azione di via Rasella e
sulla barbara rappresaglia che ha portato molti nostri connazionali a
morire alle Fosse Ardeatine.
Vedendo alcuni post apparsi recentemente mi sembra che , specie per gli
ultimi arrivati nel ng e casomai poco informati in buona fede, sia il caso
di proporre per esteso la seguente FAQ su Il combattimento di via Rasella
del 23 marzo 1944.
L'autore della FAQ e' Andrea Dominici.
Saluti
Sergio
cut

Voglio aggiungere la motivazione che il Tribunale Militare a adottato nel
processo a Kappler
e lungo ma spero che alcuni lo leggano e imparino se vogliono come stanno le
cose
Pomero



Sentenza n. 631, del Tribunale Militare Territoriale di Roma, in data
20.07.1948



Repubblica Italiana

In nome del Popolo Italiano
il Tribunale militare territoriale di Roma composto dai Signori:


Generale di Brigata Fantoni Euclide Presidente
Ten.Col.G.M. Carbone Carmelo Giudice relatore
Colonnello Ftr. Valente Gustavo Giudice
Colonnello A.A. Sivieri Giuseppe Giudice
Colonnello Ftr. De RitaPaolo Giudice

ha pronunciato la seguente:

S E N T E N Z A

nella causa contro

1) KAPPLER Herbert


di Ernst e di Kas Paola, nato il 23 settembre 1907 a Stoccarda (Germania),
già residente in Roma, presso l'Ambasciata di Germania, divorziato,
cittadino tedesco, incensurato, tenente colonnello delle SS - tedesche (SS -
Oberaturmbannfuhrer) capo dell'Aussenkommando Rom der Sicherheitspolizei und
des SD (comando esterno di Roma della polizia di sicurezza germanico e del
servizio di sicurezza);

2) DOMIZLAFF Borante


fu Karl e fu Mommsen Margherita Ernestina, nato il 7 ottobre 1907 ad
Hannover (Germania), già residente a Gotenhafen-Adlersho (Polonia),
Graudenzerweg n.8, vedovo senza prole, cittadino tedesco, incensurato,
maggiore delle SS - tedesche (SS - Sturmbanfuhrer), capo dell'Abit.III
(reparto III°) dell'Aussenkommando Rom der Sicherheitspolizei und des SD;

3) CLEMENS Hans


fu Max e di Liebert Frieda, nato il 9 febbraio 1902 a Dresda (Germania), già
residente a Bresda, Liechtembergweg n.7, coniugato con prole, cittadino
tedesco, incensurato, capitano delle SS - tedesche (SS -Hauptsturmfuhrer),
in servizio presso l'Aussenkommando Rom der Sicherheitspolizei und des SD;

4) QUAPP Johannes


di Johannes e di Rosin Maria, nato il 29 gennaio 1914 a Konitz (Prussia
occidentale - Germania), già residente a Tilsit (Prussia orientale,
coniugato con prole, cittadino tedesco, incensurato, maresciallo capo della
SS - tedesche (SS - Hauptscharfuhrer), in servizio l'Abit.IV
dell'Aussenkommando Rom der Sicherheitspolizei und les SD;

5) SCHUTZE Kurt


fu Paul e fu Zimmermann Anna Maria, nato il 27 luglio 1908 a Forst
(Lausitz - Brandeburgo -Germania), residente a Berlino-Liechtemberg,
Wotanstrasse n.25/A, tessitore, coniugato con prole, cittadino tedesco,
incensurato, maresciallo ordinario della SS - tedesche (SS -Oberscharfuhrer)
in servizio come magazziniere presso l'Aussenkommamdo Rom der
Sicherheitspolizei und des SD;

6) WIEDNER Karl


fu Leo e di Vill Luisa, nato il 22 luglio 1908 a Gries (Bolzano), residente
a Merano, Via Lamarmora n.64, commesso, coniugato con prole, cittadino
tedesco (all'origine alto atesino optante per la Germania), serg. magg.
della SS - tedesche (SS - Scharfhrer), in servizio come autista e come
interprete presso l'Abit.III dell'Aussenkommando Rom der Sicherheitspolizei
und des SD; - tutti detenuti nel carcere giudiziario di Regina Coeli -Roma.

I M P U T A T I

TUTTI:

del reato di concorso in violenza con omicidio continuato commesso da
militari nemici in danno di cittadini italiani (artt. 110 e 112 n.1 c.p. -
47 n.2 e 58 c.p.m.p. - 185, 1° e 2° comma c.p.m.g. in relazione all'art. 13
stesso codice, e agli artt. 575 c.p., 577 n.3 c.p., 577 n.4 c.p. in
relazione all'art. 61 n.4 stesso codice, 61 n.5 c.p. in relazione all'art. 1
lett.a) R.D.L. 30 novembre 1942 n. 1365 - 81 cpv. c.p.) perché, quali
appartenenti alle forze armate tedesche nemiche dello Stato italiano,
approfittavano di circostanze di tempo e di luogo e di persona tali da
ostacolare la pubblica e privata difesa, verificatesi in Roma in dipendenza
dello stato di guerra fra l'Italia e la Germania, in concorso tra loro e in
concorso con circa 40-50 altri militari della SS - tedesche appartenenti
allo stesso Aussenkommando, la maggioranza dei quali aveva un grado militare
inferiore al loro, agendo con crudeltà verso le persone, con successive
azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, senza necessità e senza
giustificato motivo, per cause non estranee alla guerra e precisamente in
esecuzione di sanzioni collettive stabilite per un attentato commesso il 23
marzo 1944 in Via Rasella, Roma, da due persone rimaste sconosciute,
cagionavano, mediante colpo d'arma da fuoco esplosi con premeditazione, a
cinque per volta, alla nuca di ogni vittima, la morte di 335 persone, in
grandissima maggioranza cittadini italiani militari e civili, che non
prendevano parte alle operazioni militari, e precisamente:



a) 154 persone a disposizione dell'Aussenkommando sotto inchiesta di polizia
b) 23 persone a disposizione del Feldgericht (tribunale militare tedesco(in
attesa di giudizio)
c) 3 persone condannate a morte dal Feldgericht, che erano in attesa di
esecuzione della condanna
d) 16 persone condannate dal Feldgericht a pene temporanee detentive,
varianti da 1 a 15 anni
e) 75 ebrei
f) 40 persone a disposizioni della questura, fermate per motivi politici
g) 10 persone a disposizione delle questura, fermate per motivi di P.S.
h) 10 persone arrestate nei pressi di Via Rasella
i) 1 persona assolta dal Feldgericht


con le aggravanti, per il Kappler, previste dall'art. 112, nn. 2 e 3 c.p.,
per avere promosso e organizzato la cooperazione nel reato, diretto
l'attività delle persone che sono concorse nel reato medesimo, e per avere
altresì, nell'esercizio della sua autorità, determinato a commettere il
reato persone a lui soggette. In Roma, località "Cave Ardeatine" il 24 marzo
1944.

Il solo KAPPLER inoltre:

del reato di estorsione aggravata (art. 629 p.p. - 61 n.5 c.p. in relazione
all'art. 1 lette.a) R.D. - L. 30 novembre 1942 n.1365 - 61 n.7 c.p.) per
avere, approfittando di circostanze di tempo di luogo e di persone da
ostacolare la pubblica e privata difesa; verificatesi in Roma in dipendenza
dallo stato di guerra, mediante minaccia di deportare in Germania un numero
imprecisato di ebrei romani, costringendo gli appartenenti alla comunità
israelitica di Roma a consegnargli entro 36 ore chilogrammi 50 di oro,
procurato a sé, al capo della polizia di sicurezza, SS -Obergruppenfuhrer
Kaltenbrunner, e ad altri, un ingiusto profitto, con danno patrimoniale di
rilevante gravità per la comunità israelitica di Roma. In Roma il 26
settembre 1943.

F A T T O

Pochi giorni dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, stipulato fra l'Italia
e le Potenze alleate, l'esercito tedesco, per un complesso di fattori sui
quali non interessa indagare in questa sede, occupava militarmente l'Italia
settentrionale e centrale.

L'occupazione tedesca nella capitale italiana, malgrado la posizione di
città aperta di questa, fin dai primi giorni si manifestava con un rigore
più accentuato che in altre città, forse perché si sapeva che in essa si
trovava la maggior parte delle persone che avevano tenuta la direzione dello
Stato dopo la revoca di Mussolini da Capo del Governo, avvenuta il 25 luglio
1943, e l'instaurazione di una nuova forma di regime. Inoltre, era noto che
subito dopo quel cambiamento di regime si erano raccolti a Roma molti
esponenti di partiti antifascisti i quali, in maniera non del tutto palese
per le norme emanate dal nuovo Governo, che vietavano l'organizzazione di
partiti politici fino al termine della guerra e rimandavano a quest'ultimo
periodo l'instaurazione di una forma di governo a carattere prettamente
democratico, avevano iniziato un intenso lavoro di riorganizzazione politica
ed una fattiva opera di sganciamento dell'Italia dell'alleanza con i
tedeschi.

La caccia agli uomini a Roma era abile, continua, spietata. In questa città
la polizia militare tedesca, sotto la direzione di Herbert Kappler, che in
quel tempo rivestiva il grado di maggiore delle SS, lavorava intensamente
onde eliminare quanti erano contrari ai tedeschi o si dubitava che lo
fossero.

L'attività di polizia allargava la sua sfera fino a procurare uomini che
lavorassero per i tedeschi in Italia o in Germania. E poiché l'arruolamento
volontario dei lavoratori era quasi insignificante, la polizia effettuava,
per le vie di Roma e nei locali pubblici, rastrellamenti di persone idonee
al lavoro.

Una categoria di persone, che fin dai primi giorni di occupazione era presa
particolarmente di mira da parte della polizia tedesca, era data dagli
ebrei, contro i quali vigeva in Germania un inumano sistema legislativo.

In questo quadro generale vanno posti i fatti oggetto del presente giudizio,
che qui di seguito si espongono.

Il mattino del giorno 26 settembre 1943 l'autorità di PS italiana invitava
il Presidente della Comunità Israelitica di Roma, Dott. Ugo Foà, ed il
Presidente delle Comunità Israelitica italiane Dott. Dante Almansi, a
recarsi nel pomeriggio, per comunicazioni, nell'ufficio del Comandante la
polizia tedesca di Roma Herbert Kappler.

Le dette persone si recavano all'appuntamento fissato ed erano ricevute dal
Kappler. Questi, in un primo momento si intratteneva in una cortese
conversazione a carattere generale, quindi, cambiando comportamento, con
parola dura ed incisiva, teneva un discorso del seguente tenore: "Noi
tedeschi consideriamo voi ebrei come nemici e come tali vi trattiamo. Non
abbiamo bisogno delle vostre vite né di quelle dei vostri figli, abbiamo
bisogno invece del vostro oro. Entro trentasei ore voi dovete versare
cinquanta chilogrammi di oro, altrimenti duecento ebrei saranno presi e
deportati in Germania".

I due presidenti, dopo aver cercato invano di ridurre la richiesta di oro,
si congedavano. Quindi si mettevano subito al lavoro inerente a tale
richiesta, convenendo gli esponenti più influenti della Comunità onde
prendere una risoluzione in merito.

In questa riunione, scartata l'idea di rivolgersi alla polizia italiana in
quanto da qualche abboccamento avuto s'era appreso che quell'autorità nulla
poteva fare per indurre i tedeschi ad un diverso comportamento, si stabiliva
di aderire alla richiesta onde evitare mali peggiori.

Portata a conoscenza della maggior parte degli ebrei residenti a Roma la
richiesta tedesca, in breve volgere di tempo perveniva da parte di costoro
un'offerta di oggetti di oro, i quali spesso, specialmente quando trattavasi
di persone non abbienti, costituivano cari ricordi di famiglia. Anche molti
cattolici offrivano oggetti d'oro con grande slancio di solidarietà. Alcuni,
non potendo versare dell'oro, contribuivano con denaro. La Santa Sede,
venuta a conoscenza del fatto, faceva sapere spontaneamente in via ufficiosa
che, qualora non fosse stato possibile raccogliere entro il termine
stabilito l'oro richiesto, avrebbe messo a disposizione la differenza, che
le sarebbe stata rimborsata quando la Comunità fosse stata in grado di
farlo.

Poco prima della scadenza delle trentasei ore venivano raccolti cinquanta
chilogrammi di ore e 2.021.540 lire.

Per ragioni di sicurezza durante il trasporto dell'oro al comando della
polizia tedesca, il Presidente della Comunità Israelitica chiedeva alla
polizia italiana una scorta, la quale veniva concessa nelle persone del
brigadiere dei metropolitani Oreste Vincenti e della guardia Vincenzo
Piccolo. Inoltre, al fine di precostituirsi una prova del versamento
effettuato, il detto Presidente pregava il Commissario di P.S. Dott. Cappa
perché presenziasse al versamento. Il Dott. Cappa aderiva alla preghiera ed,
opportunamente travestito, si univa agli uomini di fatica che dovevano
portare le cassette dell'oro.

A compiere il versamento si recavano i due citati presidenti della Comunità
e dell'Unione, accompagnati, per il materiale maneggio delle cassette
contenute l'oro e per il concorso nelle operazioni di peso e di saggio del
titolo del metallo, dai correligionari Marco Limentani, Giuseppe Gay e
Settimio Gorio, dall'orefice Angelo Anticoli e, come detto, dal Dott. Cappa
in qualità di uomo di fatica.

Ai cinquanta chilogrammi di oro ne venivano aggiunti trecento grammi per il
caso che fossero sorte contestazioni.

I due presidenti venivano ricevuti dal sostituto del Kappler Cap. Schutze,
il quale, con maniere arroganti, dava disposizioni per la pesatura dell'oro,
la quale era effettuata con una bilancia della portata di cinque
chilogrammi.

Ultimato il peso dell'oro portato, ad esclusione di circa duecento grammi
che erano rimasti come residuo, il Cap. Schutze affermava che le pesate,
ciascuna di cinque chilogrammi, erano state nove e che, pertanto il peso
complessivo raggiunto era di quarantacinque chilogrammi, anziché di
cinquanta come avrebbe dovuto essere. Gli israeliti sostenevano con
sicurezza che le pesate erano state dieci, ma, per evitare equivoci,
chiedevano si rinnovassero le pesate. Il Cap. Schutze rispondeva
arrogantemente e si rifiutava di ripetere le pesate. I due presidenti
pregavano vivamente l'ufficiale tedesco perché venissero ripetute le pesate
e, dopo molte insistenze, riuscivano a fare ripesare l'oro, che risultava
cinquanta chilogrammi come essi sostenevano. Essi poi chiedevano il rilascio
di una ricevuta attestante l'effettuato versamento, ma il Cap. Schutze non
acconsentiva a tale richiesta.

I cinquanta chilogrammi di oro venivano messi in una cassa ed alcuni giorni
dopo, a mezzo di un ufficiale delle SS che rientrava a Berlino, venivano
inviati dal Kappler al Dott. Kaltenbrunner con una lettera nella quale era
spiegato il motivo della rimessa. Detta cassa di oro, a dire del Kappler
(vol.VII, f.62 retro) nell'inverno 1945, si trovava ancora nell'ufficio di
Kaltenbrunner.

Il giorno successivo, il 28 settembre, militari delle SS, dei quali alcuni
erano esperti di lingua ebraica, perquisivano i locali del Tempio Maggiore
degli ebrei ed asportavano numerosi documenti e la somma di 2.021.540 lire,
che era custodita nella cassaforte. A capo di quei militari era un capitano,
il cui cognome sembra fosse Mayer.

Nei giorni successivi ufficiali delle SS, dei quali uno in divisa di
capitano si qualificava per professore di lingua ebraica, visitavano la
biblioteca della Comunità ebraica e quella del Collegio Rabbinico allo scopo
dichiarato di asportarne i volumi.

I Presidenti delle Comunità israelitica e dell'Unione delle Comunità, appena
ricevuta la visita di quegli ufficiali, si rivolgevano al Ministero della
P.I., chiedendo il suo intervento onde evitare l'asporto dei volumi delle
due biblioteche, che avevano un valore nazionale di grande rilievo. In una
delle lettere indirizzate al detto Ministero essi, fra l'altro, scrivevano:
"trattasi di pregevolissimo materiale archivistico (manoscritti, incunaboli,
soncinati, stampe orientali del 500, interessanti esemplari di libri ebraici
ecc.) che furono anche oggetto, alcuni anni or sono, di scelta e
catalogazione fatta da un esperto in materia e che costituiscono un
complesso di notevole importanza culturale, del quale, ove le disposizioni
delle autorità tedesche, che evidentemente intendono asportare tutto il
prezioso materiale archivistico in Germania, fossero attuate, l'Italia
verrebbe ad essere provata" (vol.1, pag.87).

Il Ministero della P.I. non riusciva ad attuare un efficace intervento
presso le autorità tedesche e l'opera di quegli ufficiali della SS si
concludeva con l'asportazione di quasi tutti i volumi di quelle biblioteche,
i quali venivano caricati sue due carri ferroviari e spediti a Monaco.

Sebbene il Kappler avesse promesso che col pagamento dell'oro gli ebrei di
Roma non sarebbero stati molestati, tuttavia il 16 ottobre 1943 veniva
effettuato in questa città un organizzatissimo rastrellamento di ebrei,
tristemente famoso nella menta della cittadinanza romana.

"Nè il sesso - scrive il Dott. Foà nella sua relazione confermata in
istruttoria (pag. 90, vol.I) - né l'età, né la malferma salute, né
benemerenze di sorta furono di scudo a questo barbaro agire: vecchi,
bambini, malati gravi, moribondi, donne incinte e puerpere appena sgravate,
tutti furono ugualmente prelevati. E mentre nel quartiere dell'ex Ghetto
questa scena di orrore si svolgeva tra le grida disperate delle vittime, gli
urli concitati degli aguzzini, le esclamazioni di raccapriccio dei
concittadini cristiani, i quali al di là dei cordoni tedeschi assistevano
impotenti alla violenza inaudita che nella sacra città di Roma, nella
millenaria capitale dello Stato italiano, dei militi stranieri consumavano
sulla persona di altri cittadini italiani, per le strade dell'Urbe altre
schiere di soldati hitleriani si snodavano nella caccia agli israeliti
ricercandone le abitazioni sulla scorta di predisposti elenchi".

Questo rastrellamento era effettuato da uno speciale reparto delle SS,
venuto appositamente a Roma al comando del Cap. Donneker, il quale, tramite
il Kappler, aveva ottenuto dalla questura di Roma circa 20 agenti di P.S. in
qualità di collaboratori.

In questa tragica caccia all'uomo erano rastrellati poco più di 1000 ebrei i
quali, alcuni giorni dopo, erano deportati in campi di concentramento. Di
costoro e dei 1000 ebrei circa catturati nei mesi successivi ed inviati pure
in campi di concentramento, al termine della guerra, solo meno di dieci
facevamo ritorno alle loro case.

I fatti esposti relativi alla richiesta ed alla consegna dell'oro risultano
pienamente provati dalle dichiarazioni rese in periodo istruttorio e
confermate al dibattimento dai testi Foà, Vincenti, Gori, Cappa.

L'imputato Kappler ammette, nelle sue linee essenziali, le modalità inerenti
alla richiesta dell'oro, effettuata, come egli afferma, di sua iniziativa e
senza alcuna autorizzazione delle autorità superiori. Egli, dopo avere
chiarito il proprio antisemitismo ed avere spiegato (pag.51 segg. del
vol.VII ed ud. dell'11.6.948) che secondo il suo pensiero il problema
ebraico in Italia aveva proporzioni di gran lunga inferiori che in Germania,
afferma che egli non riteneva utile, contrariamente a ciò che pensava per la
Germania ed i paesi dell'est una politica di annientamento degli ebrei
italiani, in quanto costoro erano in numero assai limitato ed erano
"immigrati da altri paesi mediterranei e perciò nel loro carattere molto
diversi dai cosiddetti ebrei dell'est, i quali, prima di venire in Germania,
avevano assimilato qualità e vizi di altri popoli" (f.53 retro vol.VII).
Precisa, quindi, di avere imposto agli ebrei romani un tributo di oro per
togliere l'unica arma che, secondo lui, essi tenevano in mano e nella
considerazione che, dopo quel pagamento, le autorità superiori non avrebbero
fatto eseguire in Roma le misure di rastrellamento che già gli erano state
preannunziate e che egli riteneva poco opportune.

"Parlai - egli afferma (pag.58 vol.VII, ud. dell'11.6.948) riferendosi al
colloquio avuto con il Foà e con l'Almansi - dell'unità dell'ebraismo
mondiale, che costituiva un unico blocco ostile alla Germania: dissi che
conseguentemente anche gli ebrei in Italia ed a Roma rappresentavano una
parte di quel blocco: che le loro armi non sono armi da fuoco, ma il denaro
e l'oro, e che come tutti i nemici debbono essere disarmati delle loro armi,
così ad essi dovevano essere tolte le armi dell'oro e del denaro".

Il Kappler poi nega di avere minacciato la deportazione di duecento ebrei in
caso di mancato versamento dell'oro, affermando invece di avere accennato
assai vagamente, onde superare le obiezioni che venivano poste dai due
presidenti, alla eventualità di un rastrellamento. In sostanza, egli non
voleva minacciare, ma intendeva dare un'avvertimento, con molta
circospezione stante la sua posizione di particolare responsabilità, circa
il pericolo del rastrellamento."Il senso del mio discorso - egli afferma
(pag. 53 - vol.VII-Ud. dell'11.06.1948) - quale è stato riferito dal
Presidente della Comunità israelitica, è del quale ricevo lettura dalla
S.V., corrisponde genericamente a quello che effettivamente dissi: solamente
i due presidenti non hanno capito il filo conduttore del mio discorso, come
ho spiegato sopra, ma alcune frasi da loro citate, in parte collocate fuori
posto, sono effettivamente quelle che pronunziai".

Questa giustificazione dell'imputato in merito alla minaccia cade di fronte
alle precise dichiarazioni del Dott. Foà ed al comportamento tenuto dai
tedeschi in questa circostanza. Difatti, ad un chiarimento chiesto da quel
teste circa il preciso contenuto della minaccia fatta, il Kappler rispondeva
con parole che non ammettevano dubbi sulla minaccia stessa e che
racchiudevano tutto il suo odio contro gli ebrei. "Chiedemmo anche - afferma
il teste (Dibatt.Ud. dell'11.6.948) - se per la rappresaglia avrebbero
potuto includere gli ebrei divenuti cattolici e rispose che dove c'era
sangue ebraico per lui erano tutti nemici... Kappler aggiunse che se
pagavano non avrebbe fatto nulla né contro di noi né contro i nostri figli".

Parimenti infondata ed illogica è la tesi dell'imputato relativa al motivo
che lo spinse ad imporre il tributo dell'oro. Certamente egli non si
occupava della sorte degli ebrei romani, se, nell'inviare la cassa dell'oro
al Kaltenbrunner, gli diceva, nella lettera di accompagnamento (vol.VII,
f.62 retro), "che gli ebrei romani avevano contatti con gruppi finanziari
ebraici all'estero e che si sarebbero potuti sfruttare questi contatti per
il servizio informazioni".

Scrivendo queste parole il Kappler, il quale nell'esercizio delle sue
funzioni ha dimostrato una spiccata prontezza d'intuito, indubbiamente
capiva di addossare agli ebrei romani una responsabilità che non sarebbe
sfuggita alle autorità superiori e che avrebbe avuto ripercussioni gravi per
essi. Anche se l'idea del Kappler fosse stata condivisa dalle autorità
centrali di Berlino, stante la rigida ed inflessibile politica antisemitica,
non si sarebbe potuto ottenere, sempre che si fossero trovati ebrei disposti
a collaborare con il servizio spionaggio tedesco, che un rinvio
nell'adozione di quelle misure di deportazione in massa che in tutti i paesi
militarmente occupati dalla Germania erano state già adottate. Di ciò senza
dubbio era convinto il Kappler, ottimo conoscitore della politica razzista
tedesca, il quale, se faceva l'accennata proposta alle autorità superiori
era per mettere in rilievo le sue doti di abilissimo funzionario di polizia,
capace di mungere le vittime designate con metodo ed in maniera da ottenere
da questa ogni loro risorsa materiale ed intellettiva. Se egli avesse agito,
come afferma, per salvare la vita degli ebrei romani avrebbe avuto modo di
venire incontro successivamente, quando infierivano i rastrellamenti e gli
arresti, a disgraziate famiglie di ebrei, che, tramite ecclesiastici e
diplomatici, si erano rivolte a lui per ottenere la salvezza dei loro cari.
Invece, egli non svolse alcuna azione di favore (e ne avrebbe avuto il
dovere stante la promessa fatta quando chiedeva l'oro), anzi si espresse con
parole che dimostravano come, per lui, non avessero alcuna importanza
persone nelle cui vene scorreva sangue ebraico.

Va poi messo in rilievo che il Kappler, anche se fu estraneo, come egli
afferma, al saccheggio del Tempio Maggiore ed alla spoliazione delle
biblioteche ebraiche, né prese parte attiva al rastrellamento in massa del
16 ottobre 1943 (fatti questi che non sono oggetto di imputazione) provvide
successivamente a fare operare arresti di ebrei il cui numero, nel periodo
novembre 1943 - maggio 1944, raggiunse la cifra di 1200 circa; ebrei che
nella maggior parte furono inviati in campi di concentramento o furono
fucilati, come si vedrà in seguito, alle Fosse Ardeatine. Il che è
un'ulteriore prova che non sentimento di salvare vite di ebrei spinse il
Kappler nella richiesta dell'oro, ma ambizione di mettere in rilievo doti di
abilità e di dedizione alla politica razzista del nazismo.

Subito dopo l'8 settembre 1943, nell'Italia occupata, sorgevano, in seno a
gruppi e partiti politici o per iniziativa di civili e di militari, delle
organizzazioni clandestine a carattere militare, che in proseguo di tempo
dovevano svolgere un'azione di particolare importanza, specialmente nella
liberazione dell'Italia settentrionale. Le più importanti di esse avevano un
comune e superiore organo di coordinamento, la Giunta Militare, che era
formata dai capi di sei di quelle organizzazioni (quelle che erano
emanazione dei sei partiti che avevano una più estesa organizzazione ed in
più accentuato grado di penetrazione nella popolazione) e costituiva un
organo del Comitato di Liberazione Nazionale; altre davano vita a diversi
organi di coordinamento, sempre allo scopo di attuare in maniera unitaria e
secondo alcune direttive generali una fattiva azione contro i nazifascisti.

L'azione di queste organizzazioni, che si manifestava con atti di sabotaggio
ed attacchi di colonne militari tedesche, era continua fuori dei centri
abitati onde rendere difficile ai tedeschi l'opera di assestamento.

Anche nella città di Roma si effettuavano, talvolta, azioni di sabotaggio ed
attentati contro autocolonne o comandi militari, allo scopo, chiaramente
manifesto a mezzo di volantini, di richiamare il nemico all'osservanza della
posizione di città aperta della capitale d'Italia. Difetti, malgrado questa
posizione internazionalmente riconosciuta, i principali comandi militari
tedeschi si trovavano nell'interno della città aperta ed in questa erano
frequenti i passaggi di truppe e di materiale bellico.

Solo dopo vari atti di sabotaggio ed attentati (uno di questi contro
l'albergo Flora dove si trovavano dei comandi militari) gli uffici militari
venivano trasferiti fuori della città aperta. Continuava però il passaggio
di truppe e di materiale destinato alle truppe operanti.

Il 23 marzo 1944 alle ore 15 circa, nell'interno della città aperta, in Via
Rasella all'altezza del palazzo Tittoni, mentre passava una compagnia di
polizia tedesca del Battaglione "Bozen", che da quindici giorni era solita
percorrere quella strada, scoppiava una bomba che uccideva ventisei militari
di quella compagnia ed altri feriva più o meno gravemente.

Subito dopo lo scoppio della bomba alcuni giovani, che sostavano all'angolo
di Via Boccaccio, lanciavano delle bombe a mano contro il resto della
compagnia e, quindi, si ritiravano verso Via dei Giardini, allontanandosi
immediatamente dalla zona.

Elementi della compagnia tedesca sparavano in direzione delle finestre
sovrastanti e dei tetti, un pò all'impazzata, poiché in un primo momento
credevano che l'attentato fosse stato effettuato con lancio di bombe a mano
da una delle case.

Sul luogo rimanevano uccisi, oltre ai militari tedeschi, due civili, dei
quali per uno (un bambino) si è accertato, dato il particolare laceramento
del corpo, che la morte avvenne a seguito dello scoppio della bomba, per
l'altro, in mancanza di un accertamento medico legale del tempo e di precise
dichiarazioni testimoniali sulla natura delle lesioni, è rimasto incerto se
la morte abbia avuto luogo a seguito della bomba o della sparatoria
successiva.

Immediatamente giungevano sul posto il Gen. Maeltzer, comandante della città
di Roma, il Col. Dolmann ed alcuni funzionari di polizia italiani.
Successivamente arrivava il Console tedesco a Roma signor Moellhausen con
alcuni gerarchi del partito fascista repubblicano, i quali avevano sentita
la detonazione dal vicino Ministero delle Corporazioni, dove avevano
partecipato ad una cerimonia celebrativa della fondazione dei fasci di
combattimento.

Il Gen. Maeltzer alla vista dei militari tedeschi morti e feriti era preso
da una forte eccitazione. "Sul posto il comandante della Piazza - dichiarava
il teste Moellhausen (vol.VII f.4) - andava e veniva, gridava, gesticolava
ed anche piangeva, non si poteva trattenere. Secondo lui si sarebbero dovuti
fucilare sul posto individui arrestati nelle vicinanze e far saltare, con i
suoi abitanti, il blocco di immobili davanti al quale aveva avuto luogo
l'attentato".

Intanto ufficiali e sottufficiali del comando di polizia tedesca di Roma,
subito accorsi sul luogo, eseguivano un'accurata perquisizione nelle case di
Via Rasella e facevano scendere sulla strada tutti gli abitanti, che erano
condotti in Via Quattro Fontane ed erano allineati lungo la cancellata del
Palazzo Barberini.

Alle ore 15,30 circa il Ten. Col. Kappler giungeva al comando di polizia
tedesca in Via Tasso. Informato di quanto era accaduto si avviava subito
verso Via Rasella. Lungo la strada, in Via Quattro Fontane, egli era fermato
dal Console Moellhausen, che ritornava da Via Rasella dove aveva avuto un
forte diverbio con il Generale Maeltzer nel tentativo di fare procrastinare
le intenzioni di vendetta che questi manifestava sotto l'impulso di una
forte eccitazione, ed era pregato da quel diplomatico di agire sull'animo
del comandante della Città quanto mai furibondo e capace di commettere una
pazzia (dichiarazioni Moellhausen e Kappler).

Il Kappler, giunto in Via Rasella, s'incontrava con il Gen. Maeltzer ancora
molto eccitato, al quale, dopo un fugace scambio di impressioni, rivolgeva
preghiera di essere incaricato di quanto riguardava l'attentato. Avuta
risposta affermativa, egli prendeva subito contatto con i suoi dipendenti
diretti, fra i quali il Cap. Schutze e il Cap. Domizlaff che già si
trovavano sul posto.

Nelle prime indagini venivano raccolte quattro bombe a mano del peso di
circa quattro chilogrammi, colorate in rosso e grigio e munite di miccia.
Dette bombe, che risultavano essere di fabbricazione italiana, venivano
avvolte dal Kappler in un fazzoletto e fatte portare su una macchina della
polizia tedesca, che, a dire del Kappler, poco dopo sarebbe stata sottratta
da ignoti.

Intanto il Kappler, seguendo le istruzioni del Gen. Maeltzer, disponeva che
i civili fermati nelle case di Via Rasella fossero condotti in una vicina
caserma della polizia italiana e di essi fosse fatto un elenco onde
accertare quanti risultavano già segnalati negli uffici di polizia.

Alle ore 17 circa, accompagnato dal Cap. Schutze che aveva già interrogato i
superstiti della compagnia, egli si recava al comando della Città di Roma.
Ivi, alla presenza del Gen. Maeltzer e di altri ufficiali del detto comando,
esprimeva l'opinione che l'attentato fosse stato effettuato da italiani
appartenenti a partiti antifascisti. Circa le modalità di esecuzione
dell'attentato egli affermava che "esso fosse stato compiuto mediante lancio
di un ordigno principale da una certa altezza e di bombe probabilmente
lanciate da diverse persone dai tetti di diverse case" (f.5, vol.VII).

Altro argomento di conversazione era dato dalle misure di rappresaglia da
adottare in relazione all'attentato.

Mentre si svolgeva la discussione il Gen. Maeltzer parlava spesso al
telefono. In una di queste telefonate egli usava con frequenza le parole
misure di rappresaglia. Ad un certo momento il generale tedesco faceva cenno
al Kappler di avvicinarsi e, quindi, passatogli il ricevitore ed informatolo
che all'apparecchio c'era il Gen. Mackensen, lo invitava a parlare con quel
generale.

Il Gen. Mackensen, dopo aver chiesto alcuni particolari in merito
all'attentato, entrava subito in argomento circa le misure di rappresaglia
intorno alle quali, a giudicare dal suo modo di parlare, egli aveva già
discusso con il Gen. Maeltzer (Dich. Kappler f.6 retro, vol.VII). Alla
domanda di quel generale, intesa a conoscere su quali persone potevano
essere eseguite le misure di rappresaglia, il Kappler rispondeva che,
secondo accordi con il Gen. Harster, la scelta avrebbe dovuto cadere su
persone condannate a morte o all'ergastolo e su persone arrestate per reati
per i quali era prevista la pena di morte e la cui responsabilità fosse
stata accertata in base alle indagini di polizia. Il Gen. Mackensen, quindi,
rispondeva di essere disposto a dare l'ordine, ove fosse stata data a lui la
facoltà, di fucilare dieci persone, scelte fra le categorie indicate, per
ogni militare tedesco morto. Aggiungeva che si sarebbe accontentato che
venisse fucilato solo in numero di persone disponibili fra le categorie
suddette. Una conseguenza logica di questo accordo, secondo l'imputato
(f.7-vol.VII), era che non si sarebbe fatta parola né con il Gen. Maeltzer
né con le autorità superiori e che si sarebbe cercato di far conoscere
l'accaduto ai rispettivi superiori al più presto possibile.

Dopo questa conversazione il Kappler si congedava dal Gen. Maeltzer, senza
comunicargli i precisi termini della conversazione ma con l'intesa di
preparare un elenco di persone sulle quali doveva effettuarsi la
rappresaglia, e si portava alla Questura di Roma onde controllare gli
schedari in merito alle persone fermate in Via Rasella. Comunicato lo scopo
della visita il Questore Caruso, lasciava alcuni suoi dipendenti negli
uffici della Questura per il controllo degli schedari e si allontanava.

Giunto in ufficio il Kappler dava disposizioni perché fossero accelerate le
indagini circa l'attentato con l'aiuto di tutti i collaboratori italiani.

Poco dopo veniva chiamato al telefono dal Magg. Boehem, addetto al comando
della Città di Roma. Quest'ufficiale lo informava che poco prima del suo
comando era giunto un ordine in base al quale entro le ventiquattro ore
doveva essere fucilato un numero di italiani decuplo di quello dei soldati
tedeschi morti. A richiesta del Kappler, il Magg. Boehem precisava che
l'ordine proveniva dal comando del Maresciallo Messelring.

Poiché il contenuto di quest'ordine si mostrava in contrasto con quanto
convenuto nel suo colloquio con il Gen. Mackensen, il Ten. Col. Kappler
chiedeva la comunicazione con il comando del Maresciallo Kesselring. Dopo
circa dieci minuti egli parlava con l'ufficio I a T, che si occupava delle
questioni territoriali. L'ufficiale addetto a questo ufficio, alla domanda
intesa a conoscere se l'ordine ricevuto in precedenza proveniva dal comando
superiore sud-ovest, rispondeva: "No, viene da molto più in alto".

Alle ore 21 il Kappler aveva una conversazione telefonica con il Generale
Harster, capo del BDS con sede in Verona, al quale riferiva in merito
all'attentato ed al suo sviluppo. Gli comunicava pure che, in base ai dati
poco prima fornitigli dalle sezioni dipendenti, egli disponeva di circa
duecentonovanta persone, delle quali però un numero notevole non rientrava
nella categoria dei todeswurdige. Circa cinquantasette, difatti, erano ebrei
detenuti solo in base all'ordine generale di rastrellamento ed in attesa di
essere avviati ad un campo di concentramento. Aggiungeva che delle persone
arrestate in Via Rasella, secondo informazioni dategli poco prima dai suoi
dipendenti, solo pochissime risultavano pregiudicate ovvero erano state
trovate in possesso di cose (una bandiera rossa, manifestini di propaganda
ecc.) che davano possibilità di una denunzia all'autorità giudiziaria
militare tedesca. A conclusione della conversazione rimaneva di accordo con
suo superiore d'includere degli ebrei fino a raggiungere il numero
necessario per la rappresaglia.

Dopo tale telefonata egli dava disposizioni perché, il mattino successivo, i
fermati di Via Rasella fossero liberati ad eccezione di quei pochi che, per
motivi vari, risultavano pregiudicati.

Nella stessa serata egli chiedeva al Presidente del Feldgericht Rome di
autorizzarlo ad includere nell'elenco le persone condannate dal Tribunale
Militare alla pena di morte, le persone condannate a pene detentive anziché
alla pena di morte per concessione di circostanze attenuanti inerenti alla
persona ed, infine, le persone denunziate ma non ancora processate. Quel
Presidente autorizzava l'inclusione delle persone della prima e della terza
categoria, ma, in ordine alle persone della seconda categoria, non
intendendo assumersi la responsabilità,rappresentava l'opportunità di
chiedere l'autorizzazione del Chefrichter dell'O.B.S.W. -Questa
autorizzazione richiesta giungeva poche ore dopo.

Nella notte l'imputato, con l'aiuto dei suoi collaboratori, esaminava i
fascicoli delle persone considerate todeswurdige sulla base dei precedenti
accordi.

Intanto si aveva notizia che altri soldati tedeschi, fra quelli gravemente
feriti, erano deceduti. Alle ore otto del mattino successivo il numero
complessivo dei morti ammontava a 32.

Il mattino successivo, alle nove, il Kappler aveva un colloquio con il
Commissario di P.S. Alianello, che pregava di chiedere, con la massima
urgenza, al vice capo della polizia Cerruti se la polizia italiana era in
grado di fornire cinquanta persone. Il Cerruti poco dopo gli comunicava che
avrebbe mandato da lui il Questore Caruso perché prendesse accordi in merito
alla richiesta di cinquanta uomini.

Alle 9,45 il Caruso, accompagnato dal Ten. Koch, che in quel tempo svolgeva
funzioni di polizia non ben definite, si presentava dal Kappler. Questi
spiegava ai due come, per completare una lista di persone da fucilare in
conseguenza all'attentato di Via Rasella, aveva bisogno di cinquanta persone
arrestate a disposizione della polizia italiana e spiegava i criteri in base
ai quali egli aveva già compilato una lista di 270 persone.

A conclusione di questo colloquio si stabiliva che il Questore Caruso
avrebbe fatto pervenire al Kappler per le ore 13 un elenco di cinquanta
persone.

Nell'elenco compilato dal Kappler con l'aiuto dei suoi collaboratori
numerosi erano i detenuti per reati comuni e gli ebrei arrestati per motivi
razziali; fra gli altri poi una persona assolta dal Tribunale Militare
tedesco e due ragazzi di 15 anni, dei quali uno arrestato perché ebreo.

Alle 12 circa l'imputato si recava nell'ufficio del Gen. Maeltzer il quale,
qualche ora prima, gli aveva fatto sapere che l'attendeva per tale ora.
Mentre quel generale lo informava che l'ordine della rappresaglia proveniva
da Hitler, giungeva il maggiore Dobrik del battaglione "Bozen", che era
stato convocato qualche ora prima.

Il Ten. Col. Kappler informava il generale di avere compilato una lista di
270 persone che gli consegnava. A questa lista, diceva, dovevano aggiungersi
i nominativi di cinquanta persone che, per le ore 13, gli sarebbero stati
dati dal Questore Caruso, scelti fra i detenuti che questi aveva a sua
disposizione. Complessivamente, quindi, si raggiungeva il numero di 320
persone, pari al decuplo dei militari tedeschi che fino a quel momento era
deceduti.

Il Generale Maeltzer, informato dall'imputato dei criteri adottati nella
compilazione della lista, si rivolgeva al Dobrik dicendogli che spettava a
lui eseguire la rappresaglia con gli uomini che aveva a sua disposizione.
Quest'ufficiale esponeva una serie di difficoltà (il fatto che i suoi uomini
erano anziani, poco addestrati all'uso delle armi, superstizioni ecc.) con
l'evidente scopo di sottrarsi al compito affidatogli. Due giorni dopo,
infatti, il Ten. Col. Kappler riferiva questo episodio al Generale Wolf per
fare un addebito al Maggiore Dobrik. "Dissi - egli afferma parlando di
questi colloqui (vol.VII, f.37 retro) -che Dobrik, al quale sarebbe toccato
di eseguire la fucilazione, si era tirato indietro, e con ciò io presentavo
ufficialmente le mie lagnanze contro Dobrik a Wolf".

Stante le difficoltà poste dal Dobrik, il Gen. Maeltzer telefonava al
Comando della 14^ armata e parlava con l'allora Col. Hanser, al quale, dopo
aver prospettato quanto detto da quell'ufficiale, chiedeva venisse comandato
un reparto di quell'armata per l'esecuzione. L'Hanser rispondeva
testualmente: "la polizia è stata colpita, la polizia deve fare espiare". Il
Gen. Maeltzer ripeteva ai due ufficiali presenti questa frase e quindi dava
ordine al Kappler di provvedere lui all'esecuzione.

Congedatosi dal Gen. Maeltzer, il Kappler si portava nel suo ufficio in Via
Tasso. Qui chiamava a rapporto gli ufficiali dipendenti e li informava che
fra qualche ora avrebbe dovuto eseguirsi la fucilazione di 320 persone in
conseguenza dell'attentato di Via Rasella.

Al termine della riunione il Kappler impartiva l'ordine che tutti gli uomini
del suo comando, di nazionalità tedesca, dovessero partecipare
all'esecuzione. Contemporaneamente ordinava al Cap. Schutze di dirigere
l'esecuzione e gli dava disposizioni particolari in merito alle modalità
dell'esecuzione medesima. "Disse poi a Schutze - egli afferma (vol.VII,
f.29) - che per la ristrettezza del tempo, si sarebbe dovuto sparare un sol
colpo al cervelletto di ogni vittima e a distanza ravvicinata per rendere
sicuro questo colpo, ma senza toccare la nuca con la bocca dell'arma".
Inoltre incaricava il Cap. Kochler di trovare immediatamente, in qualche
vicina località adatta per la esecuzione, una cava "in modo che la stessa
potesse essere trasformata in camera sepolcrale, chiudendone gli ingressi"
(vol.VII, f.29).

Date queste disposizioni, il Kappler si recava a mensa. Ivi qualche tempo
dopo il Cap. Schutze lo informava di avere appreso poco prima della morte di
un trentatreesimo soldato tedesco fra quelli rimasti feriti in seguito
all'attentato. Il Kappler, saputo da quell'ufficiale che nella mattinata
erano stati arrestati altre dieci ebrei, dava ordine a quest'ultimo di
includere dieci di questi fra quelli che dovevano essere fucilati. Intanto
giungeva a mensa il Cap. Kochler, il quale riferiva al Kappler che la cava
per l'esecuzione era stata trovata e "che l'ufficiale del genio, che aveva
visto il luogo, riteneva tecnicamente semplice chiudere l'imboccatura della
cava stessa" (vol.VII, f.29 retro). L'imputato si dirigeva subito, assieme
al Cap. Kochler, verso il luogo scelto per l'esecuzione.

Al momento in cui il Kappler usciva assieme al Kochler, cioè pochi minuti
dopo il colloquio avvenuto fra il primo ed il Cap. Schutze, all'ingresso si
trovava un autocarro sul quale quest'ultimo faceva salire le vittime. Queste
erano legate, con funicelle, con le mani dietro la schiena. Ad esse nulla
era stato detto circa la loro sorte. "Chiesi infine a Schutze - afferma
l'imputato nel suo interrogatorio (vol.VII, f.31) confermato a
dibattimento - se aveva avvertito le vittime della loro sorte: Schutze mi
rispose che aveva effettivamente pensato in un primo tempo di avvertirli, ma
che poi non lo aveva fatto per evitare che qualche prigioniero del primo
autocarro, durante la strada, potesse gridare che era condotto alla
fucilazione col probabile risultato che al passaggio degli autocarri
successivi si verificassero dei tentativi di liberazione".

Il Kappler si recava alla cava scelta dal Cap. Kochler, che trovavasi nella
località delle Cave Ardeatine ad un chilometro dalla Porta S. Sebastiano.
Ivi giunto ispezionava la cava e, quindi, si riportava all'aperto. Uscito
trovava sul piazzale il primo autocarro di vittime giunto mentre egli
trovavasi nell'interno della cava. Mentre egli si aggirava nei pressi delle
Cave Ardeatine, il Cap. Schutze, il quale, come detto, aveva avuto
l'incarico di dirigere l'esecuzione, riuniva gli ufficiali ed i
sottufficiali e, spiegate le modalità con le quali doveva essere effettuata
la fucilazione delle vittime, diceva che quanti non si sentivano di sparare
non avevano altra via di uscita che mettersi al fianco dei fucilandi e che
anche essi avrebbero avuto un colpo.

Quindi s'iniziava l'esecuzione: cinque militari tedeschi prendevano in
consegna cinque vittime, le facevano entrare nella cava, che era debolmente
illuminata da torce tenute da altri militari posti ad una certa distanza
l'uno dall'altro, e le accompagnavano fino in fondo, facendole svoltare in
altra cava che si apriva orizzontalmente; qui costringevano le vittime ad
inginocchiarsi e, quindi, ciascuno di essi sparava contro la vittima che
aveva in consegna.

Il Kappler partecipava, una prima volta, alla seconda esecuzione, che egli
racconta brevemente. "Vicino l'autocarro - egli dice (vol.VII, f.31 retro) -
presi in consegna una vittima, il cui nome veniva da Priebke cancellato su
di un elenco da lui tenuto. Altrettanto fecero gli altri quattro ufficiali.
Conducemmo le vittime sullo stesso posto, e con le stesse modalità vennero
fucilate, un pò più indietro delle prime cinque".

Narrazione analoga dell'esecuzione è fatta dall'imputato Clemens.

"Quando sparai io - egli afferma (vol.VII, f.108) - le cinque vittime furono
portate nella cava da soldati, noi ci disponemmo dietro e, all'ordine,
sparammo un colpo solo. Le vittime erano in ginocchio e, dopo che caddero,
alcuni soldati trasportarono i cadaveri verso il fondo delle caverne dove si
trovavano già i cadaveri delle prime. Io poi uscii dalla cava e non rientrai
più, ma ritengo che le altre esecuzioni siano avvenute allo stesso modo".

Gli altri imputati confermavano sostanzialmente le modalità descritte.

Il tetro spettacolo dei cadaveri che, dopo le prime esecuzioni, si
presentava alla vista delle vittime, quando queste entravano nella cava e
s'inginocchiavano per essere fucilate, è espresso sinteticamente dal teste
Amonn, il quale fu presente all'esecuzione, ma non sparò perché non ebbe la
forza. "Avrei dovuto sparare - egli dice - (ud. del 12.6.1948) ma quando
venne alzata la fiaccola e vidi i morti svenni... Rimasi inorridito a quello
spettacolo. Un mio compagno mi diede un colpo e sparò per me".

Le vittime dei primi autocarri provenivano dal carcere di Via Tasso, le
altre dal carcere di Regina Coeli. Ivi si trovava il Ten. Tunath,
accompagnato dall'interprete S. Ten. Koffler, del comando di polizia tedesca
di Roma, il quale provvedeva a fare avviare alle Cave Ardeatine i detenuti
del terzo braccio a disposizione dell'autorità militare tedesca.

Ultimato il prelevamento di questi detenuti, il Tunath si rivolgeva al
Direttore del carcere per avere i cinquanta che erano a disposizione della
polizia italiana e che, secondo precedenti accordi, dovevano essere
consegnati dal Questore Caruso. Poiché ancora non era giunta la lista se ne
faceva richiesta telefonica al Caruso, da cui si aveva promessa di un
sollecito invio a mezzo di un funzionario. Il tempo trascorreva senza che
giungesse tale lista. Il Tunath telefonava ancora alla Questura e parlava
con il Commissario Alianello, al quale violentemente diceva "che se non si
mandava subito l'elenco avrebbe preso il personale carcerario" (dich.
Alianello, Ud. del 26.6.1948). Dopo un pò di tempo il Tunath, stanco di
aspettare, incominciava a prelevare dei detenuti in maniera indiscriminata.
Poco dopo, sull'imbrunire, arrivava il Commissario Alianello con una lista
di cinquanta nomi datagli dal Questore Caruso, che consegnava al Direttore
del Carcere. Questi cancellava undici nomi, precisamente quelli indicati con
i numeri progressivi da 40 a 49 e con i numeri 21 e 27 e li sostituiva con
altri undici nomi relativi a persone che già erano state portate dal Ten.
Tunath e che non erano comprese nella lista. La cancellatura degli ultimi
nominativi della lista era determinata dal fatto che la compilazione di
questa era stata fatta iniziando dalle persone ritenute più compromesse per
continuare con quelle che si trovavano in posizione migliore, il
depennamento dei nomi indicati con i numeri 21 e 27 veniva effettuato invece
perché l'una persona era ammalata grave all'ospedale e l'altra non si
riusciva a trovarla.

Tutti gli imputati prendevano parte all'esecuzione, sparando una o più
volte. Il Kappler, dopo circa mezz'ora dall'inizio dell'esecuzione e dopo
aver partecipato ad una fucilazione, si allontanava recandosi all'ufficio in
Via Tasso.

Espletate alcune pratiche ritornava alle Cave Ardeatine e partecipava ad
altra fucilazione.

Gli altri imputati rimanevano sul posto sino alla fine dell'esecuzione.

Questa aveva termine alle ore 19 circa. Subito dopo si facevano brillare
delle mine, chiudendosi in questo modo quella parte della cava nella quale i
cadaveri, ammucchiati fino all'altezza di un metro circa, occupavano un
breve spazio.

Il giorno successivo, il 25 marzo, il Cap. Schutze e il Cap. Priebke
riferivano al Kappler che da un riesame delle liste, risultavano che i
fucilati erano 335.

Il secondo di quegli ufficiali spiegava che la fucilazione di cinque persone
in più del numero stabilito dal Kappler era dovuto al fatto che nella lista
del Questore Caruso le vittime non erano segnate con un numero progressivo
ed erano cinquantacinque invece di cinquanta. (Interr. Kappler, Ud.
dell'8.6.1948) -

Il 25 marzo i giornali italiani, che in quel tempo venivano pubblicati alle
ore 12, recavano la notizia dell'attentato di Via Rasella e della
fucilazione di dieci "comunisti badogliani" per ciascuno dei 32 soldati
tedeschi morti.

I fatti esposti succintamente circa l'attentato di Via Rasella e la
fucilazione effettuata alle Cave Ardeatine risultano provati dalle
dichiarazioni dei testi Moellhansen, Presti, Galloni, Frigenti, Amonn,
Koffler, Alianello, Usai, Delle Moracce, Paris, Feliciangeli, D'Annibale, i
quali presenziarono ciascuno ad alcuni degli avvenimenti narrati e dalle
confessioni degli stessi imputati.

In merito alla preparazione ed alle modalità di esecuzione dell'attentato
del 23 marzo 1944 si accertava (dich. Bentivegna, Solinari, Calamandrei) ciò
che ormai era noto per le notizie pubblicate dai giornali dopo la
liberazione di Roma, e cioè che in quel giorno una squadra di partigiani
comandata da Carlo Solinari aveva avuto affidato il compito, in base ad
ordine del capo della formazione militare di cui faceva parte quella
squadra, di attaccare una compagnia tedesca che da diversi giorni era solita
fare un uguale percorso attraverso il centro di Roma. Alle ore 14 del detto
giorno il partigiano Rosario Bentivegna, travestito da spazzino, percorreva
Via Rasella spingendo una carretta da spazzatura, entro il quale erano stati
messi una cassetta carica di 12 chilogrammi di esplosivo ed attorno a questa
altri sei chilogrammi di esplosivo. Giunto a metà circa della strada,
all'altezza del palazzo Tittoni, il Bentivegna si fermava, in attesa che
giungesse la compagnia tedesca, che soleva passare per quella strada alle
ore 14,30 circa.

Un pò più in giù del posto in cui era stata fermata la carretta, all'angolo
di Via Boccaccio, si trovavano altri partigiani compagni di squadra di
Bentivegna. Con essi era anche il comandante della squadra Solinari ed il
v.comandante Calamandrei.

Alle ore 15 circa quest'ultimo si toglieva il cappello per indicare al
Bentivegna che la compagnia aveva imboccato Via Rasella e che la miccia per
l'esplosione doveva essere accesa. Quest'ultimo accendeva la miccia,
chiudeva il coperchio della carretta e si allontanava verso via Quattro
Fontane. Appena egli imboccava questa strada avveniva lo scoppio
dell'esplosivo contenuto nella carretta.

La compagnia veniva investita dallo scoppio dell'esplosivo: molti soldati
morivano immediatamente altri rimanevano più o meno gravemente feriti.

Intanto i partigiani che si trovavano in Via del Boccaccio attaccavano con
lancio di bombe a mano la compagnia quanto mai disordinata e, quindi, si
allontanavano.

Risultava poi (dich. Amendola, Pertini, Bauer) che l'attentato rientrava in
quelle direttive di carattere generale della Giunta Militare tendenti a
costringere i tedeschi a rispettare la posizione di città aperta di questa
capitale, direttive che ciascun componente della Giunta era chiamato a dare
attuare alla formazione a lui dipendente.

Un punto di grande rilievo, che va chiarito nei suoi giusti termini per le
conseguenze giuridiche che ne derivano, è quello del numero delle vittime e
del modo come si giunse ad esso.

La popolazione, attraverso il citato comunicato del 25 marzo e la propaganda
della stampa, sapeva che il numero delle vittime era di 320 e di esse,
qualche mese dopo l'esecuzione, conosceva i nomi a mezzo di elenchi
compilati da funzionari italiani molto vicini al comando di polizia tedesco.
Solo a seguito del dissotterramento delle vittime effettuato vari mesi dopo
la liberazione di Roma, si scopriva che il numero di esse era di 335.

Si è esposto come si giunse a questo numero, occorre ore determinare
l'esatta causa che condusse alla fucilazione di 15 persone, di cui si è
sempre taciuto da parte delle autorità tedesche.

Il Kappler dichiara, come si è visto, di avere ordinato la fucilazione di
dieci persone in aggiunta alle 320 perché aveva saputo, dopo aver dato le
disposizioni per l'esecuzione, che era morto un altro soldato tedesco fra
quelli rimasti feriti in Via Rasella.

Accettata questa versione, è necessario stabilire se egli aveva la facoltà
di ordinare questa ulteriore fucilazione.

Dal complesso degli elementi scaturiti dal giudizio risulta che il Kappler
non aveva quella facoltà. Invero, il Gen. Maeltzer gli disse che l'ordine
ricevuto, il cui contenuto relativo alla proporzione era stato notificato al
Kappler dal Maggiore Boehem perché avesse modo di preparare la lista delle
vittime, proveniva da Hitler e, quindi, gli diede ordine di provvedere alla
fucilazione delle 320 persone delle quali si era discusso. Quest'ordine fu
dato al Kappler, come si è visto, dopo che quel generale era stato informato
circa i criteri adottati nella compilazione delle due liste e dopo che era
stata scartata l'idea di fare eseguire la fucilazione da militari del
Battaglione "Bozen" o dalla 14^ armata. L'ordine generico ricevuto dal
Maeltzer si trasformò nei confronti del Kappler in un ordine concreto di
fucilare le 320 persone comprese nelle due liste. Ciò trova una conferma nel
fatto che la competenza di approvare la scelta dei fucilandi era del Gen.
Maeltzer, al quale fu portata la lista di duecentosettanta persone e fu
detto che entro un'ora si sarebbe ricevuta l'altra di cinquanta persone,
compilata con gli stessi criteri adottati per la prima.

Inoltre, posto che il compilatore della lista poteva essere diverso da
quello che provvedeva all'esecuzione (il che sarebbe avvenuto se la
esecuzione fosse stata effettuata dal Battaglione "Bozen" o da un reparto
della 14^ armata come era intenzione primitiva del Generale Maeltzer) è
logico dedurre che l'esecutore aveva la sola facoltà di fucilare il numero
di persone ordinatagli dal comandante della Città di Roma e messogli a
disposizione. Il che, d'altra parte, risponde alla pratica degli eserciti
nei quali gli ordini possono essere generici per gli organi di comando o
direttivi, mentre sono sempre tassativi per gli organi meramente esecutivi.

Altra prova contraria alla facoltà assuntasi dal Kappler è data dal
comunicato del 25 marzo, nel quale il numero dei fucilati è dato come
decuplo a quello dei 32 soldati tedeschi morti. L'imputato afferma che dopo
aver ordinato la fucilazione delle dieci persone in questione si dimenticò
di informare l'ufficio Stampa dell'Ambasciata per una rettifica del
comunicato, che nella mattinata era stato completato in base ai dati da lui
forniti. Ma questa giustificazione è un ripiego difensivo assai fragile, sia
perché il fatto nuovo era di una tale importanza da non potere essere
dimenticato come una qualsiasi banale pratica burocratica, sia perché
l'imputato, sempre ordinato e preciso nell'espletamento delle sue funzioni,
non era l'uomo che tralasciava di segnalare un episodio di grande
importanza.

L'imputato ha dichiarato che, alle ore 11 del 24 marzo, su richiesta
dell'Ufficio Stampa dell'Ambasciata tedesca, aveva informato che il numero
dei soldati tedeschi morti era di 32. Ma questa affermazione, che vuole
costituire il sostrato per fare reggere in parte la mancata rettifica, è
illogica ed infondata. E' noto, difatti, che i comunicati relativi
all'attività militare nella città di Roma venivano passati alla stampa dal
Comando Militare tedesco di questa città. Di conseguenza, se l'Ufficio
Stampa dell'Ambasciata intervenne in tale questione, sicuramente lo fece
sulla scorta dei dati forniti dal Comando Militare della Città di Roma. Una
prova della ingerenza di questo comando sui resoconti della stampa romana è
data da un convegno di direttori di giornali romani che, qualche giorno dopo
l'esecuzione delle Cave Ardeatine, si tenne presso quel comando, alla
presenza del generale Maeltzer, onde discutere dell'attentato di Via
Rasella, delle misure adottate e dell'opportunità di esortare la popolazione
a reagire contro gli attentatori.

Va poi messo in rilievo che nei giorni successivi al 25 marzo la stampa
romana (per esempio Messaggero del 28 marzo prima pagina), seguendo le
direttive impartite in tale convegno dal generale Maeltzer continuò a
parlare della fucilazione di 320 persone in relazione alla morte di 32
soldati tedeschi. Eppure era noto a quel comando militare che il numero
delle vittime era di 335 e i militari tedeschi morti erano aumentati di una
unità. Perché questo silenzio? Se la fucilazione delle Cave Ardeatine aveva
avuto lo scopo, come dice il Kappler, di prevenire altri attentati, con una
durissima esecuzione in massa, non contrastava con questa finalità il
rendere noto alla popolazione un numero inferiore a quello effettivo? Gli è
che il Comando Militare di Roma non aveva condiviso l'azione arbitraria del
Kappler, che si aggiungeva ad un atto di guerra di per se stesso inumano, e
non aveva voluto rettificare le cifre date in precedenza per il
completamento del comunicato.

E' bene notare che anche lo stesso Kappler alcuni giorni dopo il 24 marzo
parlava della fucilazione di 320 persone. "Qualche giorno dopo (il 25
marzo) - dichiara il teste Alianello (vol.VIII, f.33) - in mia presenza e
potendo io sentire, Kappler disse che lui e tutti i suoi ufficiali come pure
i suoi uomini, avevano preso parte alla rappresaglia contro 320 uomini
civili alle Fosse Ardeatine".

Ciò costituisce ancora altro argomento a favore di quanto si è detto. Se
l'iniziativa dell'imputato, difatti, fosse stata approvata certamente non si
sarebbe taciuto da parte di questi e dell'autorità superiore un fatto che
rendeva ancora più dura un'esecuzione in massa, che avrebbe dovuto
costituire un esempio di prevenzione per altri attentati.

Circa la fucilazione delle altre cinque persone effettuata per errore, il
Collegio ritiene che i motivi addotti dal Kappler sulla base delle
informazioni a suo tempo fornitagli dal Cap. Schutze e dal Cap. Priebke
rispecchiano in parte la vera causa di tale fucilazione.

Non è esatto, difatti, che le cinque persone fucilate in più siano fra
quelle che erano a disposizione della polizia italiana e che esse sfuggite
al controllo perché la lista di accompagnamento del Caruso indicava le
persone senza numeri progressivi.

In base al riconoscimento delle salme, che finora si riferisce a 332
persone, è risultato che 49 di esse sono di detenuti che erano a
disposizione della polizia italiana e corrispondono a 49 nominativi della
lista Caruso. Per il completamento di questa lista manca un nominativo,
quello di De Micco Cosimo, la cui salma non è stata ancora riconosciuta ed è
da presumere sia una delle tre non identificate. Devesi ritenere, pertanto,
che le cinque persone in più provengano dai detenuti a disposizione dei
tedeschi.

Va poi osservato che non è esatto che la lista di accompagnamento dei 50
detenuti a disposizione della polizia italiana provenisse dall'ufficio del
Caruso, essendo risultato che il commissario Alianello portò due copie della
lista Caruso e di esse una la diede al Direttore del Carcere, l'altra la
trattenne.

D I R I T T O

La prima questione che il Collegio si pone è quella relativa alla
giurisdizione, sollevata dalla difesa nella discussione finale e risoluta,
in linea principale, nel senso della incompetenza dell'autorità giudiziaria
italiana, subordinatamente, per l'incompetenza dell'autorità giudiziaria
militare.

La difesa, prendendo le mosse dal fatto che gli imputati sono prigionieri di
guerra degli inglesi, ha sostenuto l'incompetenza dell'autorità giudiziaria
italiana in base all'art. 45 della Convenzione di Ginevra 27 luglio 1929,
resa esecutiva in Italia con il R.D. 23 ottobre 1930 n.1615, secondo il
quale "i prigionieri di guerra sono soggetti alle leggi, ai regolamenti ed
agli ordini vigenti nell'esercito della Potenza detentrice", ed all'art. 12
c.p.m. guerra, il quale ripete sostanzialmente il contenuto di quella norma.

Questa tesi è stata esposta dalla difesa, nel corso di un formale incidente,
nell'udienza del 30 giugno 1948 ed è stata respinta dal Collegio con una
ordinanza dello stesso giorno.

Come si affermò in tale ordinanza, le norme in questione si riferiscono agli
atti commessi dai prigionieri di guerra dopo che assunsero questo status,
non alle azioni compiute anteriormente allo stato di prigionia. Il
principio, il quale la Convenzione di Ginevra intese porre e la norma
interna volle ripetere, è dato dalla esigenza di estendere al prigioniero di
guerra le stesse garanzie che vigono per i militari della Potenza
detentrice. Non si intese, né vi era alcuna ragione per farlo, stabilire una
esenzione dal diritto comune nei confronti dei prigionieri di guerra, i
quali sono sempre stranieri dimoranti nel territorio nazionale, malgrado la
maniera singolare per la quale essi vi si trovano. Perché questa esenzione
sussistesse "sarebbe necessaria - come scrive il Balladore Pallieri (La
guerra, Padova 1935, pag. 212) - una apposita norma che così disponesse, in
considerazione appunto della speciale ragione per cui quegli individui si
trovano nel territorio dello Stato: ma la prova dell'esistenza di questa
norma è impossibile dare, anzi non vi è nessun elemento da cui ricavarla, e
nemmeno di solito la formulano le convenzioni fra Stati: la Convenzione di
Ginevra, ad esempio, pur occupandosi di questa materia e regolando i
procedimenti penali contro i prigionieri di guerra, non parla per nulla di
una loro esenzione dalla giurisdizione penale per fatti commessi prima della
cattura, e non lascia per nulla intendere di voler sancire o presupporre
simile limitazione".

Non cambia la situazione la circostanza, attinente al caso in esame, che il
prigioniero di guerra venga giudicato, per fatti commessi anteriormente alla
prigionia nel territorio di uno Stato diverso da quello detentore,
dall'autorità giudiziaria dello Stato in cui furono compiuti i fatti
medesimi ed al quale è stato affidato dalla Potenza detentrice perché il
relativo giudizio abbia luogo. A parte che questo comportamento della
Potenza detentrice è collegato all'impegno, da essa assunto con le altre
Potenze alleate, di disporre l'invio dei militari tedeschi autori di crimini
di guerra nel territorio dello Stato in cui quei delitti furono commessi
perché questo li sottoponga a giudizio, c'è da osservare che sulla
regolarità di un procedimento penale non incidono le modalità inerenti al
sorgere della dimora della persona soggetta al procedimento medesimo.
Difatti, lo Stato esplica la sua potestà punitiva nei confronti di una
persona per il solo fatto di averla in suo potere, non influendo il motivo
per cui si verificò la soggezione a quel potere.

Dimostrata l'infondatezza della tesi relativa all'incompetenza dell'autorità
giudiziaria italiana, rimane da esaminare la richiesta subordinata circa
l'incompetenza del giudice militare.

La tesi dell'incompetenza dell'autorità giudiziaria militare è basata
sull'art. 103 terzo comma della Costituzione, per il quale "i Tribunali
militari in tempo di pace hanno giurisdizione solo per i reati militari
commessi da appartenenti alle forze armate".

Questa norma, come altre della Costituzione le quali contengono principi
modificativi del sistema giuridico vigente all'atto della loro entrata in
vigore, è stata oggetto di particolare esame da parte della dottrina e della
giurisprudenza. Il problema postosi consiste nello stabilire se le norme
costituzionali contengono dei principi che valgono per il legislatore e,
pertanto, di per se stesse incapaci di modificare il diritto vigente, ovvero
delle norme che trovano immediata attuazione. Secondo l'indirizzo di gran
lunga prevalente il problema va risolto nel senso che delle norme
costituzionali alcune, dette direttive, sono dirette al futuro legislativo,
altre, denominate precettive contengono veri e propri comandi giuridici di
applicazione diretta ed immediata.

Norme della prima specie possono trovarsi in tutte le costituzioni, anche in
quelle a carattere rigido. I principi costituzionali a carattere direttivo,
difatti, come è stato osservato recentemente contro l'opinione che esclude
l'esistenza di norme direttive nelle costituzioni rigide, restano direttivi
anche in un ordinamento rigido e le leggi da essi divergenti non sono
invalide semplicemente per questo.

Problema delicato e controverso è stabilire quali siano le norme
costituzionali che rientrano nella prima o nella seconda categoria. Al
Collegio interessa l'esame dell'art. 103 terzo comma e su questa norma
sofferma la sua attenzione.

La giurisprudenza ormai può dirsi consolidata nell'affermazione che l'art.
103 può ricevere immediata applicazione, non abbisognando di norme
integrative, sia perché contiene norme di competenza, sia perché non può
sopravvivere una norma di competenza quando una legge costituzionale l'ha
soppressa.

Questo indirizzo appare pienamente convincente ed è rispondente allo spirito
della norma in questione. Occorre tenere presente, difatti, che con tale
norma il legislatore ha voluto attribuire alla cognizione del giudice
ordinario quei fatti delittuosi, i quali, col cessare della guerra, non
presentino forti legami con la compagine militare e con i piani che questa è
chiamata ad attuare. Il tempo di guerra un principio base vuole che gli
interessi comuni siano subordinati agli interessi militari, anche se questi
siano di minore entità dei primi, quando fra di essi vi sia un legame di
connessione. Ciò perché le forze armate, alle quali spetta l'attuazione del
fine di difesa dello Stato, verso cui nella situazione di guerra convergono
altri fini statuali, possano agire su tutti quei fattori che in maniera
immediata o mediata abbiano attinenza con la preparazione e con lo sviluppo
delle operazioni belliche. Diversamente accade in tempo di pace, in cui non
si verifica l'accentuata subordinazione degli interessi comuni a quelli
militari. In sostanza, con la nuova Costituzione ed, in particolare, con
l'art. 103 si è verificata una modificazione nei fini dello Stato e,
conseguentemente, si è operata una trasformazione, per il tempo di pace,
nella sfera di competenza dell'autorità giudiziaria ordinaria e di quella
militare in relazione a quella sussistente in base al codice penale militare
di pace ed al codice di procedura penale, emanati quando, sotto l'influsso
del regime fascista, lo Stato aveva assunti i suoi fini spesso con una
accentuazione diversa di quella attuale.

Stabilito che la norma dell'art. 103 trova immediata applicazione rimane da
esaminare se il Tribunale militare abbia competenza in ordine al presente
giudizio.

In primo luogo il Collegio ritiene che per l'esatta applicazione di questa
norma bisogna distinguere la competenza dei Tribunali militari in naturale
ed acquisita: la prima si riferisce a quei reati previsti dall'art. 232
primo comma n. 1, 3, 4, 5 e secondo comma n.1 e 2 c.p.m.guerra, per i quali
in tempo di guerra possono giudicare solo i Tribunali militari; la seconda
riguarda i reati comuni commessi in tempo di guerra da militari, di
competenza del giudice militare in base all'art. 232 n.2 c.p.m.guerra, i cui
procedimenti possono sempre essere rimessi dal giudice militare (art. 233
c.p.m.guerra), per ragioni di convenienza, al giudice ordinario. La
competenza naturale, con il passaggio allo stato di pace, rimane radicata
nei Tribunali militari in quanto i fatti delittuosi ad essa inerenti sono
strettamente collegati ad esigenze di guerra, la cui valutazione può essere
fatta con una più spiccata sensibilità dai Tribunale militari a causa della
loro particolare composizione. Trattasi in questi casi, difatti, di
interessi militari che non possono essere scissi dal momento di guerra in
cui sono stati lesi.

Da quanto detto deriva la competenza del giudice militare in ordine al
crimine di guerra contestato a tutti gli imputati giusta il disposto
dell'art. 232 n.5 c.p.m.guerra.

Relativamente al reato di estorsione va osservato che il P.M., nelle sue
conclusioni, ha chiesto il cambiamento di rubrica e la condanna
dell'imputato, anziché per tale reato, per quello militare di requisizione
arbitraria previsto e punito dall'art. 224 c.p.m.guerra.

Anticipando quanto sarà sviluppato in seguito, il Collegio opina che questa
conclusione sia pienamente fondata in quanto l'imputato, nella imposizione
del tributo dell'oro, agì non per fini privati, ma nella sua qualità di
organo dell'amministrazione militare tedesca e nell'interesse di questa,
senza averne alcuna autorizzazione e senza che vi fossero ragioni di
necessità. Va cambiata, pertanto, la rubrica e va pronunziata condanna, per
i motivi che saranno addotti in seguito, per il reato militare di
requisizione arbitraria. Di conseguenza anche relativamente al secondo
addebito, che rientra nella competenza naturale del giudice militare, si
verificano i presupposti per il permanere della competenza di questo
giudice.

Osserva ancora il Collegio come, anche a prescindere dalle esposte
considerazioni circa la competenza naturale del giudice militare, sussista
la competenza di questo giudice in ordine al crimine di guerra ed al reato
di requisizione arbitraria oggetto del presente giudizio, in quanto si
verificano le due condizioni, qualità militare degli imputati e reato
militare, richieste dall'art. 103 della Costituzione perché abbia luogo
quella competenza. Invero, questo articolo parla di "forze armate" senza
altra aggiunta, mentre il codice penale militare di pace, all'art. 2, nel
definire la nozione di "militare" usa l'espressione "forze armate dello
stato". Espressione quest'ultima derivata dalla legge di guerra, la quale,
all'art. 26, parla di "forze armate dello Stato italiano" e pone una norma
avente contenuto uguale a quello successivamente assunto dall'art. 2
c.p.m.pace.

La dizione adottata dalla norma costituzionale in esame, assai più generica
di quella usata dalle citate norme ordinarie, è indice di quella esigenza
politico giuridica la quale vuole che le norme costituzionali siano
formulate in maniera da contenere, più che precetti adattabili ad una serie
ristretta di casi, principi giuridici di larga estensione. E' opera
dell'interprete definire il contenuto generico e sintetico delle norme
costituzionali, ricorrendo ai criteri d'interpretazione in generale ed a
quelli particolari per la materia costituzionale.

Il codice penale militare di guerra contiene un titolo contro le leggi e gli
usi di guerra, le norme del quale possono essere violate, in virtù dell'art.
13 dello stesso codice, anche da appartenenti alle forze nemiche.

L'art. 232 n.5 c.p.m.guerra poi attribuisce ai Tribunali militari di guerra
la cognizione dei reati contro le leggi e gli usi di guerra commessi da
appartenenti alle forze armate nemiche.

E' bene notare che le norme del titolo in esame tutelano interessi
internazionali militari, interessi, cioè, posti a base di norme di diritto
internazionale bellico. Quelle norme hanno assunto a loro contenuto principi
accolti in convenzioni ed in consuetudini internazionali.

La giurisdizione militare, relativamente a questi reati, non viene meno in
tempo di pace poiché nella dizione "appartenenti alle forze armate" vanno
compresi anche i militari dell'esercito nemico. Questa interpretazione è
suffragata dalla esigenza, che certamente non è sfuggita al legislatore nel
formulare genericamente l'art. 103, di non sottrarre alla giurisdizione
militare reati, a conoscere i quali occorre una particolare competenza
tecnico-militare, che manca nei Tribunali ordinari, mentre è specifica nei
Tribunali militari per la loro composizione. Difatti, in quel titolo
ricorrono assai spesso nozioni la cui interpretazione ai fini di un giudizio
presuppone una preparazione nelle cose di guerra che trovasi in maniera
spiccata, per studi e per pratica di professione, negli ufficiali delle
varie armi.

D'altra parte il riconoscimento internazionale di cui godono le forze armate
nemiche non poteva non portare a lasciare alla competenza dei Tribunali
militari in tempo di pace i reati commessi da militari stranieri in tempo di
guerra.

Interpretando diversamente la citata norma si giungerebbe alla conclusione
che, con il passaggio al tempo di pace, per i reati contro le leggi e gli
usi di guerra commessi da militari italiani siano competenti i Tribunali
militari, mentre per gli stessi reati commessi da militari nemici siano
competenti i Tribunali ordinari. Ma questa situazione urterebbe contro quel
principio di diritto internazionale, per cui gli appartenenti alle forze
armate siano posti, per i reati commessi quando avevano tale qualità, in una
situazione di parità anche quando si trovino in potere di uno Stato nemico.
Questa posizione di parità, per quanto riguarda la materia penale, è
collegata ai militari dello Stato che abbia subito un'azione delittuosa da
appartenenti alle forze nemiche non già, come si è accennato, al solo
criterio soggettivo desunto dallo Stato detentore.

Per le esposte considerazioni il Collegio ritiene che l'espressione
"appartenenti alle forze armate" dell'art. 103 della Costituzione deve
essere intesa in modo generico, comprendendovi anche appartenenti alle forze
armate nemiche relativamente ai reati quali essi sono tenuti a rispondere
alla stessa stregua dei militari italiani in base alle norme di diritto
sostanziale.

Risolta la questione della giurisdizione nel senso della competenza
dell'autorità giudiziaria militare il Collegio passa ad esaminare il merito
della causa.

La difesa ha sostenuto che la fucilazione di 330 persone, avvenuta alle
Fosse Ardeatine, costituì una legittima rappresaglia, mentre la fucilazione
delle altre cinque persone fu dovuta ad un errore determinato da colpa. Ha
aggiunto che, qualora non si ravvisasse la rappresaglia per la
qualificazione dell'attentato di Via Rasella come atto individuale non
riportabile ad una attività statuale, quella fucilazione in massa, per i
criteri usati nella scelta delle vittime, dovrebbe considerarsi come una
legittima repressione collettiva.

L'esame delle tesi difensive porta, innanzi tutto, alla qualificazione
dell'attentato di Via Rasella poichè, solo in conseguenza di un atto
illegittimo che si riporta direttamente o indirettamente all'attività di uno
Stato, sorge in altro Stato danneggiato da quell'atto il diritto di agire in
via di rappresaglia, mentre da un atto criminoso individuale, commesso a
danno dello Stato occupante nel territorio di occupazione da parte di
cittadini civili di quest'ultimo, deriva quando la scoperta dei colpevoli si
sia dimostrata assai difficoltosa anche pe la solidarietà della popolazione,
la facoltà di applicare sanzioni collettive.

Dal dibattimento è risultato che l'attentato di Via Rasella fu effettuato da
una organizzazione militare a seguito di direttive di carattere generale
date ad essa da uno dei componenti della Giunta Militare, direttive che
traducevano l'indirizzo della Giunta medesima (deposizioni degli On.
Amendola, Pertini, Bauer). Nel marzo 1944 quasi tutte le più importanti
organizzazioni militari clandestine, sorte per combattere i tedeschi,
risultavano inquadrate, come si è detto, nella Giunta Militare, la quale,
fra l'altro, aveva il compito di dare impulso unitario all'attività di
quelle organizzazioni.

Mancava un capo responsabile del complesso di quelle organizzazioni, per cui
ciascuna organizzazione agiva in maniera indipendente, attenendosi solo alle
direttive della Giunta, tramite il proprio capo.

Per volontà del Governo legittimo era stato nominato capo di una
organizzazione militare clandestina il Col. Montezemolo e, successivamente,
il Gen. Armellini.

Ma questa organizzazione, la quale in Linea di massima raccoglieva militari
già in servizio alla data dell'8 settembre 1943, era una delle varie
organizzazioni che operavano nel territorio di occupazione e non era
inquadrata nella Giunta Militare. Fra questo ente e quell'organizzazione
sussistevano ottime relazioni, molto spesso aveva luogo uno scambio di idee,
ma non passava un rapporto organico di preminenza o di subordinazione.

Nel marzo 1944 il movimento partigiano aveva assunto proporzioni di largo
rilievo ed una discreta organizzazione, ma non aveva ancora acquistata
quella fisionomia atta ad attribuirle la qualifica di legittimo organo
belligerante. Ciò non è una particolarità del movimento partigiano italiano,
ma è una nota caratteristica di tutti i movimenti partigiani, che nella
recente guerra costituirono una delle migliori manifestazioni dello spirito
di resistenza delle popolazioni dei territori occupati. Le formazioni
partigiane, in genere, sono sorte spontaneamente, hanno agito nei primi
tempi per necessità nell'orbita della illegalità fino ad assumere, come
avvenne in proseguo di tempo anche per il movimento partigiano italiano, una
organizzazione capace di acquistare la qualifica di organo legittimo
belligerante.

In questa genesi è la nota peculiare di un movimento di massa, la quale, in
difesa della sua libertà, si scuote, si affratella e si organizza, agendo,
per necessità di cose, in un primo momento illegalmente in seguito
legittimamente contro il nemico.

Secondo il diritto internazionale (art. 1 della Convenzione dell'Aia del
1907) un atto di guerra materialmente legittimo può essere compiuto solo
dagli eserciti regolari ovvero da corpi volontari, i quali ultimi rispondano
a determinati requisiti, cioè abbiano alla loro testa una persona
responsabile per i suoi subordinati, abbiano un segno distintivo fisso e
riconoscibile a distanza e portino apertamente le armi.

Ciò premesso, si può senz'altro affermare che l'attentato di Via Rasella,
qualunque sia la sua materialità, è un atto illegittimo di guerra per essere
stato compiuto da appartenenti ad un corpo di volontari il quale, nel marzo
1944, non rispondeva ad alcuno degli accennati requisiti.

Stabilito che l'attentato di Via Rasella costituì un atto illegittimo di
guerra occorre ancora accertare, per le diverse conseguenze giuridiche che
ne derivano, quale era la posizione degli attentatori nei confronti dello
Stato italiano.

Essi, come si è detto, facevano parte di una organizzazione militare
inquadrata nella Giunta Militare. Questa, alla stessa stregua del Comitato
di Liberazione Nazionale, per il riconoscimento implicito ad essi fatto,
attraverso numerose manifestazioni, dal Governo legittimo e per i fini
propri di quest'ultimo (lotta contro i tedeschi) che essa attuava in
territorio occupato, si poneva come organo legittimo, almeno di fatto, dello
Stato italiano. Questa interpretazione trova una conferma nel fatto che lo
Stato successivamente, considerò come propri combattenti i partigiani, i
quali avessero combattuto effettivamente contro i tedeschi.

Chiariti questi concetti si può esaminare la tesi della difesa, secondo la
quale la fucilazione delle Fosse Ardeatine costituì una legittima
rappresaglia.

Per rappresaglia s'intende una via di fatto contro lo Stato che abbia
commesso una violazione di diritto internazionale, posta in essere dallo
Stato che abbia subito quella violazione al fine di far cessare questa o per
ottenere una soddisfazione. La sua attuazione può aver luogo sia in tempo di
pace sia in tempo di guerra. In quest'ultima situazione può essere disposta,
oltre che dall'autorità statale facultata nei rapporti internazionali, anche
dal comandante supremo o dal comandante di grande unità.

L'istituto della rappresaglia è stato oggetto di accurato esame da parte
della dottrina internazionalista, la quale, sulla base delle pratiche
invalse, ne ha formulato il fondamento, il contenuto ed i limiti.

Il fondamento della rappresaglia è dato dalla necessità di attribuire allo
Stato offeso un mezzo di autotutela in conseguenza ed in relazione ad un
atto illecito di uno Stato straniero. L'esercizio di essa è strettamente
collegato alla resistenza di una responsabilità a carico dello Stato cui si
riporta quell'atto. E' sulla base di questo presupposto che allo Stato
offeso è dato colpire, per rappresaglia, un qualunque interesse dello Stato
difensore.

Quanto al contenuto è principio unanimemente accolto che la rappresaglia
deve essere proporzionata all'atto illecito contro cui si dirige, ma non
necessariamente della stessa natura.

Il principio della proporzione caratterizza l'istituto della rappresaglia.
Questa deve avere scopo repressivo e preventivo, non vendicativo. Con la
rappresaglia si vuole fare cessare un'attività illecita ovvero si agisce
perché non si ripeta un atto lesivo. Essa, quindi, deve agire come
controspinta idonea a tale scopo, non in maniera superiore poiché altrimenti
si trasforma a sua volta in atto ingiusto. Questo concetto è pacifico nella
dottrina internazionalista.

Un limite generale esiste per la rappresaglia ed è dato dal divieto di non
violare con essa quei diritti che sanzionano fondamentali esigenze. Già
negli scrittori del secolo passato si trova formulato questo principio, il
quale trovò una precisa affermazione nel preambolo della Convenzione
dell'Aia del 18 ottobre 1907, dove è posto un limite all'attività degli
Stati, determinato dai "principes du droit des gens, tels qu'ils résultent
des usages établis entre nations civilisées, des lois de l'humanité et des
exigences de la coscience publique".

L'espressione è un po vaga, ma quando l'interprete si riporta alla più
autorevole dottrina anteriore a quella formulazione ed all'opinione degli
scrittori posteriori, i quali hanno cercato di stabilirne la estensione, non
è difficile determinarne il contenuto. In questa ricerca hanno un
particolare valore i precedenti, i quali siano stati assunti come pratiche
rispondenti ad una esigenza di diritto. Non tutti i comportamenti, difatti,
possono assumersi per la ricerca di una norma consuetudinaria, ma solo
quelli che si siano affermati come leciti nella credenza giuridica dei
consociati.

Sebbene in questi ultimi tempi la dottrina (Ferrara, Franceschelli, Bobbio)
la quale ritiene che la consuetudine sia formata dal solo elemento materiale
abbia trovato un seguito maggiore che nel passato va osservato che anche per
gli scrittori seguaci di questo indirizzo, almeno secondo la più recente
formulazione, il comportamento costante e generale in tanto forma una
consuetudine giuridica in quanto ponga delle regole incidenti sulla
struttura, sulla natura e sulle finalità del gruppo sociale, ponga cioè una
norma essenziale per la esistenza del gruppo. Ma non si può individuare la
particolare natura di un rapporto e giudicare se la consuetudine che lo
disciplina sia essenziale o meno senza riportarsi all'idea che si è
maturata, mediante estrinseche manifestazioni, nella collettività. Non il
rapporto in se stesso, come qualcosa di indipendente può aiutare a stabilire
se la consuetudine che lo disciplina sia essenziale, ma la particolare
essenza che essa ha assunto nella credenza dei consociati. Comunque
s'intenda la consuetudine, pertanto, non si può prescindere dalla
valutazione che si sia fatta di un determinato comportamento.

Dopo questo accenno alla rappresaglia, prima di concludere sulla
qualificazione giuridica della fucilazione delle Cave Ardeatine, il Collegio
ritiene di esaminare il problema, che molto spesso si è posto la dottrina,
circa la possibilità del ricorso a tale istituto nel territorio militarmente
occupato da parte dello Stato che ha perduto il territorio ovvero della
popolazione civile stanziata nella zona occupata.

Il problema va risolto avendo riguardo ai principi generali sulla
responsabilità internazionale degli Stati. Invero, nel caso di occupazione
militare, non si crea una situazione speciale la quale postula una diversità
di principi, ma si determina uno stato di fatto al quale vanno collegati i
principi relativi a tale responsabilità internazionale.

Dopo le critiche del Trieppel, dell'Anzillotti, del Monaco, ormai può dirsi
superata la dottrina la quale faceva risalire allo Stato la responsabilità
di un atto individuale nel presupposto di una complicità tra l'individuo
agente e lo Stato medesimo, come pure può dirsi superata la dottrina della
responsabilità oggettiva dello Stato, secondo la quale si risponde in base
al solo danno, prescindendosi dal fatto che il danno derivi o meno da
un'attività illecita.

La dottrina oggi comunemente accolta è quella che fa derivare la
responsabilità dello Stato dal comportamento di questo, dal fatto cioè che
si sia violato l'obbligo di prevenzione o quello di repressione, che sono
sanciti da una norma consuetudinaria generale.

Com'è noto, con l'occupazione militare lo Stato occupante è investito
dall'esercizio di funzioni sovrane nel territorio occupato. Senza
soffermarsi sulla estensione di tali funzioni va posto in rilievo come
l'obbligo di prevenzione e di repressione, da cui deriva la responsabilità
internazionale per fatti individuali, può essere imposto al titolare di
sovranità su un determinato territorio solo se questo sia unico ad essere
investito d'imperio entro quel territorio. Ma, quando l'esercizio di
funzioni sovrane sia passato nell'occupante, non possono addossarsi allo
Stato occupato fatti individuali lesivi, in quanto manca l'accennato
presupposto che qualifica la responsabilità internazionale.

Si può concludere, pertanto, che nel territorio occupato non sono
ammissibili rappresaglie relativamente ad azioni manifestatesi per la
insufficiente attività di prevenzione o di repressione dell'autorità
occupante; sono possibili, invece, rappresaglie quando la violazione del
diritto internazionale verificatasi in territorio militarmente occupato si
riporti direttamente alla volontà dello Stato che abbia perduto quel
territorio.

In questa ipotesi il criterio della insufficiente prevenzione o repressione
non entra in funzione poiché vi è un'attività diretta a causare una
violazione.

Dall'accennato rapporto sussistente fra il movimento partigiano e lo Stato
italiano deriva che in conseguenza dell'atto illegittimo di Via Rasella, lo
Stato occupante aveva il diritto di agire in via di rappresaglia.

La questione, quindi, si risolve nell'accertare se la fucilazione di 335
persone alle Fosse Ardeatine costituisca una rappresaglia ovvero un'azione
diversa.

Prima di dare una risposta al quesito è necessario premettere che
nell'esecuzione delle Fosse Ardeatine si devono distinguere due momenti ben
distinti, come si è chiarito nella esposizione del fatto.

Difatti, mentre la fucilazione di 320 persone si riporta all'ordine dato dal
Gen. Maeltzer, la fucilazione di altre dieci persone, in relazione alla
morte di un trentatreesimo soldato tedesco dopo la trasmissione di
quell'ordine, costituisce un'attività diretta ed immediata del Kappler. La
fucilazione, infine, delle altre cinque persone dipende da un errore di cui
in seguito saranno valutate le conseguenze.

Distinta la fucilazione delle Fosse Ardeatine negli accennati due momenti,
ne viene come conseguenza che il quesito postosi dal Collegio si riferisce
solo alla fucilazione di 320 persone, che si riporta ad un ordine emanato
dall'autorità competente a disporre rappresaglie, non alla fucilazione delle
altre dieci persone, la quale, essendo stata disposta da un organo
incompetente ad ordinare rappresaglie, costituisce un'attività che, sotto il
lato oggettivo, è senz'altro fuori dall'orbita della rappresaglia.

Al quesito per il Collegio deve darsi risposta negativa.

Invero, come si è visto, un'azione commessa da uno Stato in violazione del
diritto internazionale può assumersi come rappresaglia solo se costituisce
la risposta ad una violazione subita e sia proporzionata a questa. Il
principio della proporzione caratterizza il contenuto della rappresaglia,
comunque questa s'inquadri nella teoria del diritto. Difatti, si riconosca
nella rappresaglia un mezzo di autotutela, di sanzione o di legittima
difesa, deve assumersi necessariamente a suo contenuto il concetto di
proporzione fra violazione subita e violazione causata se non si vuole
cadere nell'antigiuridicità. Chi agisce per autotutela, in via di sanzione o
per legittima difesa di un suo diritto, quando la legge gliene riconosca il
potere, solo in quanto proporzioni la sua azione alla violazione subita può
accampare a sua difesa la causa giustificatrice dell'antigiuridicità.
Oltrepassando volontariamente i limiti della proporzione egli risponde del
fatto commesso poiché, traendo occasione da una situazione legittimatrice di
un dato evento, ne ha voluto causare altro più grave.

Fra l'attentato di Via Rasella e la fucilazione delle Cave Ardeatine vi è
una sproporzione enorme sia in relazione al numero delle vittime sia in
relazione al danno determinato. Invero, anche valutando, come ha fatto la
difesa, la violazione causata con l'attentato di Via Rasella sotto il
riflesso del danno determinato nel quadro delle operazioni belliche, nelle
quali un soldato coopera in maniera più accentuata di un civile estraneo
alle forze armate, si ha sempre una grande sproporzione, maggiore di quella
esistente sotto il riflesso numerico, in quanto fra i fucilati delle Cave
Ardeatine vi furono cinque ufficiali generali, undici ufficiali superiori,
fra i quali il Colonnello Montezemolo che era a capo di una importante
organizzazione clandestina, ventuno ufficiali inferiori, sei sottufficiali,
persone queste conosciute dai tedeschi per il grado e l'attività di comando
da esse svolta.

Stabilito che la rappresaglia, nella maniera nella quale fu disposta, deve
considerarsi illegittima, rimane da esaminare se l'azione delle Cave
Ardeatine possa ritenersi commessa fuori dei casi in cui questa è consentita
dalle leggi e dalle convenzioni internazionali, e ciò al fine di accertare
se il fatto incriminato rivesta gli estremi del reato previsto dall'art. 176
c.p.m.guerra, al quale in linea subordinata si è richiamata la difesa.

La citata norma, punendo gli atti di ostilità compiuti a titolo di
rappresaglia fuori dei casi consentiti dalle leggi e dalle convenzioni
internazionali, intende riferirsi a quelle azioni commesse in relazione ad
una violazione subita e proporzionatamente a questa, ma sui beni giuridici
sui quali, per le norme internazionali, non può essere effettuata una
rappresaglia. Per esempio, una rappresaglia compiuta su prigionieri di
guerra è punita a norma del citato articolo poiché in base all'art. 2 della
Convenzione di Ginevra del 1929 è proibito far cadere la rappresaglia su
prigionieri di guerra.

Perché la norma in esame entri in funzione è necessario che la rappresaglia
si manifesti in maniera proporzionata alla violazione contro cui si dirige,
ma relativamente a beni giuridici sottratti all'azione di rappresaglia.
L'art. 176 è posto a tutela dei limiti della rappresaglia, non già a tutela
del contenuto. Venendo meno questo per inosservanza della proporzione il
fatto diventa delittuoso e va valutato alla stregua della sua entità
oggettiva e soggettiva.

La qualificazione data all'attentato di Via Rasella e la definizione
formulata circa il rapporto sussistente fra il movimento partigiano, cui
appartenevano gli attentatori, e lo Stato italiano escluderebbe l'esame
dell'altra tesi difensiva, secondo la quale, se non si considera
l'esecuzione della Cave Ardeatine come legittima rappresaglia, la si deve
valutare come legittima repressione collettiva. Ma, dovendosi il giudice
riportare alla situazione creatasi subito dopo l'attentato, in cui gli
elementi idonei per accertare la posizione degli attentatori potevano essere
dubbi, e considerandosi d'altra parte il fatto che, a giudicare dall'assunto
difensivo del Kappler, la rappresaglia sarebbe stata adottata con alcuni
criteri propri della repressione collettiva, il Collegio esamina
l'esecuzione del 23 marzo anche in relazione a quest'istituto giuridico. Nè
ad escludere questo esame basta il fatto che gli imputati abbiano sempre
designata la fucilazione delle Cave Ardeatine come una rappresaglia, in
quanto è noto che nella pratica è invalsa l'abitudine di qualificare
rappresaglie le repressioni collettive, sebbene fra i due istituti sussista
una netta differenza.

Dell'istituto della repressione collettiva si occupa l'art. 50 della
Convenzione dell'Aia del 1907, contenuto nella sezione III intitolata "De
l'autoritè militaire sur le territoir de l'Etat ennemì". In detto articolo è
detto: "Aucunepeine collective, pécuniaire ou autre, ne pourra etre èdictée
contre les popolations à raison de faits individuels dont elles ne
pourraient ètre considerées comme solidairement responsables".

L'istituto ha una portata molto estesa in quanto con l'espressione
"solidairement responsables" si pone un concetto di complicità che non
presenta alcuna relazione con l'analogo principio penalistico. Quella forma
di responsabilità, difatti, opera quando non sia dato applicare la
complicità penalistica in quanto non è stato possibile scoprire gli autori
del fatto delittuoso. Trattasi di una norma eccezionale, la quale opera nel
territorio di occupazione quando non si sia giunti a risultati positivi con
i normali procedimenti. In sostanza, la responsabilità collettiva può
sorgere quando si sia dimostrata impossibile l'individuazione del colpevole
o dei colpevoli. Questo concetto si ricava facilmente quando si tenga
presente che la facoltà prevista dal citato art. 50 è eccezionale nei
confronti dei poteri normali riconosciuti all'occupante con gli articoli 43
e seguenti.

L'art. 50 non opera di per se stesso, ma in quanto l'occupante lo abbia
tradotto in una norma di diritto interno, valevole nel territorio di
occupazione, con la quale sono posti i criteri per la determinazione della
solidarietà collettiva.

Numerosi sono gli esempi di ordinanze, emanate nei territori occupati da
parte dell'autorità militare occupante, nelle quali vengono stabiliti i
criteri di determinazione della solidarietà collettiva (esercizio di una
funzione di prevenzione o di vigilanza, dimora adiacente al luogo
dell'attentato ecc.).

L'emanazione di una norma di diritto interno, sulla base di quell'articolo,
è il necessario, presupposto per il sorgere di una responsabilità collettiva
della popolazione nel senso specificato.

A prescindere dal fatto che non sembra che le repressioni collettive in
questione possano attuarsi su persone, va osservato come gli elementi emersi
dal dibattimento abbiano messo in chiaro rilievo che lo Stato occupante non
si è attenuto ad alcuno degli accennati principi. Nessun tentativo, difatti,
è stato effettuato onde scoprire gli autori dell'attentato. Il Kappler ha
dichiarato che le bombe inesplose ed alcuni residui della bomba esplosa,
dopo l'attentato, furono sottratti da ignoti insieme con la macchina sulla
quale erano stati posti. Questa circostanza affermata dall'imputato non
appare verosimile al Collegio. Invero, la sottrazione di una macchina,
subito dopo l'attentato, effettuata in Via Quattro Fontane, dove erano
affluiti numerosi militari tedeschi, sembra impresa quanto mai difficile, la
cui utilità, inoltre, è di gran lunga inferiore al rischio.

D'altra parte, va posto in rilievo che nessuno dei partigiani che prese
parte all'attentato di Via Rasella accennò a tale sottrazione, che avrebbe
costituito un'impresa di particolare coraggio.

Comunque, anche se vera la circostanza suddetta, avrebbero potuto seguirsi
ugualmente le tracce inerenti a tali bombe, che erano state osservate dal
Kappler e che, circa un'ora dopo l'attentato, avevano permesso a questi di
affermare alla presenza del Gen. Maeltzer e di altri ufficiali tedeschi, che
l'attentato era stato effettuato da partigiani italiani, i quali erano
soliti servirsi di quelle bombe alquanto rudimentali. Solo la sera tardi,
dopo che era stato stabilito di effettuare una rappresaglia, erano stati
decisi i criteri per la formazione delle liste dei fucilandi e l'attività
del comando di polizia della Città di Roma era a buon punto nella
compilazione di tali liste, il Kappler dispose perché tutti gli informatori
di Roma venissero incaricati di cercare elementi relativi agli attentatori.
Prima di quel momento non vi era stata alcuna attività di polizia in merito
se il Cap. Schutze, che a dire del Kappler avrebbe dovuto interessarsi delle
indagini poiché ciò rientrava nella specifica competenza della sezione da
lui presieduta, lo aveva seguito al Comando del Gen. Maeltzer prima ed alla
Questura di Roma. La ricerca degli attentatori non costituì l'attività prima
del comando di polizia tedesca, ma fu effettuata in maniera blanda come
azione marginale e successiva alla preparazione degli atti di rappresaglia.
Nella specie, quindi, è mancata una delle condizioni che giustificano la
repressione collettiva.

Va poi messo in rilievo che le persone fucilate non potevano, nella
maggioranza, considerarsi come solidalmente responsabili con gli
attentatori. Sebbene la solidarietà collettiva costituisca, come si è detto,
un concetto molto più largo di quello della complicità del diritto penale, è
certo che, onde essa possa entrare in funzione, è necessario che passi una
stretta relazione di ubicazione, di servizio o di ufficio fra gli autori di
un attentato e la popolazione civile. Il che non può dirsi per moltissimi
dei fucilati alle Cave Ardeatine, detenuti per reati comuni o per ragioni
razziali.

D'altra parte la solidarietà collettiva non può essere presunta, ma deve
essere accertata caso per caso. Anche gli scrittori, i quali attribuiscono
alla solidarietà collettiva l'estensione più larga, affermano la necessità
di un sommario giudizio sia pure in via amministrativa.

Per il Balladori Pallieri (La guerra cir. p.343), il quale è fra questi
scrittori, "le collettività andranno esenti da sanzioni solo quando potranno
provare di non avere nessuna responsabilità, nemmeno passiva". Procedimento
questo che non fu seguito nella esecuzione delle Cave Ardeatine, in cui le
vittime seppero la fine che le attendeva sul luogo dell'esecuzione e pochi
minuti prima di essere uccise. Nè può dirsi che tale procedimento sommario
sia stato adottato nella compilazione delle liste, in cui si seguì, come
affermò il Kappler, il criterio della pena inflitta dall'autorità
giudiziaria o il criterio della pena che importava il reato inerente al
fatto per cui la persona era stata denunziata ovvero il criterio razziale.

Infine, va osservato che dal dibattimento non è risultato che lo Stato
occupante abbia emanato, sulla base dell'art. 50, una norma contenente i
criteri circa la solidarietà collettiva, i quali sarebbero stati applicati
nel territorio di occupazione; norma che, come si è detto, costituisce il
necessario presupposto per il sorgere di una responsabilità collettiva della
popolazione civile. L'ordinanza relativa alla uccisione di dieci italiani
per ogni militare tedesco morto a seguito di attentati, la quale sembra sia
stata pubblicata dal comando tedesco, non può assumersi come una norma del
genere, in quanto in essa si prescinde da un qualsiasi criterio di
solidarietà e si pone a principio di responsabilità solo lo status della
cittadinanza. Ciò che non è rispondente alla norma di diritto
internazionale, la quale, comunque s'interpreti, e certo che pone un
concetto di solidarietà che va desunto, come si è detto, da concreti
elementi (ubicazione, ufficio, associazione, funzione ecc.) che stabiliscano
una stretta relazione fra talune persone e gli autori del fatto illecito
contrario allo Stato occupato.

Dimostrate infondate le tesi della rappresaglia e della repressione
collettiva, la fucilazione delle Cave Ardeatine assume la qualificazione di
un omicidio continuato.

Difatti, è risultato pienamente provato che 330 persone furono uccise in
conseguenza dell'attentato di Via Rasella, mentre le altre cinque furono
fucilate per errore. Il movente relativo alla uccisione delle 330 persone,
collegato alla guerra, porta ad esaminare il fatto alla stregua dell'ipotesi
delittuosa prevista dall'art. 185 c.p.m.guerra, contestato agli imputati, il
quale punisce gli atti di violenza o di omicidio commessi, senza necessità o
senza giustificato motivo, per cause non estranee alla guerra, da militari
italiani o nemici a danno di civili nemici che non prendono parte alle
operazioni.

La necessità, cui fa riferimento l'articolo in esame, non può essere lo
stato di necessità, che costituisce una nozione giuridica generale e va
applicata a tutti i reati senza bisogno di un espresso richiamo del
legislatore per ogni singolo reato. La circostanza che essa sia richiamata
nel primo comma dell'articolo in esame, in cui soggetto attivo è il
militare, mentre nessun riferimento ad essa trovasi nell'ultimo comma, in
cui il soggetto attivo è il civile del territorio occupato, il fatto che
tale articolo sia compreso nel titolo dei reati contro le leggi e gli usi di
guerra e che in tale norma si ponga il movente nella causa non estranea alla
guerra, inducono a ritenere che la necessità di cui trattasi sia quella
bellica. Anche la necessità bellica è una nozione generale di diritto
internazionale, ma il richiamo ad essa, superfluo in una norma
internazionale, è necessario in una norma di diritto interno. Questa
interpretazione trova una conferma nell'esame dell'altra causa
giustificatrice.

Con il richiamo al giustificato motivo, difatti, il legislatore ha inteso
riferirsi a quegli istituti di diritto internazionale, i quali, nei rapporti
internazionali, giustificano una condotta di per se stessa illecita. Le
cause giustificatrici, cui si riferisce l'art. 185, sono di diritto
internazionale e sono richiamate perché trovino applicazione nel diritto
interno.

Per necessità bellica comunemente s'intende un pericolo grave ed attuale che
impone un determinato comportamento perché un'azione militare, anche di
secondaria importanza, abbia successo,

L'attualità e la gravità del pericolo deve essere preventivamente accertata
e determinata. Mancando questi presupposti non può invocarsi la necessità
bellica come causa giustificatrice di un comportamento illecito.

La situazione determinatasi a seguito dell'attentato di Via Rasella non
costituiva un pericolo grave ed attuale ai fini delle operazioni militari o
per la sicurezza delle truppe in Roma. Invero subito dopo l'attentato una
calma assoluta regnava nella città. La sparatoria verificatasi nella prima
nezz'ora in Via Rasella e nelle vie adiacenti era opera di militari tedeschi
e ciò era stato subito chiarito. Nella serata da parte della polizia non
veniva segnalato alcun incidente o pericolo.

Nè può dirsi che il pericolo grave ed attuale fosse costituito dai vari
attentati che si erano verificati in precedenza a Roma. E' noto che nelle
zone militarmente occupate gli attentati si verificano con frequenza per
l'ostilità delle popolazioni contro gli eserciti occupanti. Ciò non
costituisce un pericolo grave ed attuale fino a quando non si sia accertato
che la popolazione agisca organizzata, sia bene armata e possa svolgere
un'azione di particolare rilievo idonea a modificare l'andamento delle
operazioni o di una qualche azione dell'esercito occupante. In sostanza, la
gravità e l'attualità del pericolo si valuta in relazione alla efficienza
che un'azione può assumere nel quadro generale o particolare delle
operazioni. Pertanto va esclusa la sussistenza di tale situazione quando fin
dal primo momento risulta chiaro, come avvenne il pomeriggio del 23 marzo,
che un'azione contraria all'esercito occupante esaurisce immediatamente
quasi del tutto i suoi effetti e non agisce come causa modificatrice delle
operazioni di quell'esercito. I soli effetti morali derivanti da un
attentato non agiscono subito, ma si proiettano nel tempo e, di conseguenza
escludono l'attualità del pericolo.

Nella fucilazione delle Cave Ardeatine, nel modo in cui fu effettuata, va
pure esclusa la sussistenza di un giustificato motivo. L'attentato di Via
Rasella giustificava, come si è detto, un'azione di rappresaglia o di
repressione collettiva, a seconda della qualificazione giuridica che
l'esercito occupante avesse attribuito all'attentato, condotta nel modo
voluto dalle norme e dalle consuetudini internazionali; ma, dato che furono
fucilate persone in numero di gran lunga sproporzionato a quello dei
militari tedeschi uccisi nell'attentato e senza che avessero alcun rapporto
di solidarietà con gli attentatori, l'esecuzione delle Cave Ardeatine rimane
scissa dalla causa giustificatrice. Un'azione la quale giustifica un
determinato evento non può assumersi come causa giustificatrice di un evento
più grave che sia stato voluto coscientemente dall'agente.

Inquadrata la fucilazione delle Cave Ardeatine nella figura del reato
previsto dall'art. 185 c.p.m.guerra, rimane da esaminare quale sia stata
soggettivamente la posizione degli attuali imputati in quella esecuzione.

La difesa del Kappler ha sostenuto che, quand'anche si ritenesse
l'illegittimità della rappresaglia o della repressione collettiva, dovrebbe
assolversi quell'imputato per avere egli agito in adempimento di un dovere
imposto da una norma giuridica o, quanto meno, da un ordine non sindacabile
del superiore. In sostanza, l'assunto difensivo è il seguente: posto che
l'ordine della fucilazione è stato emanato dal Fuehrer, quest'ordine, per la
competenza legislativa, oltre che esecutiva, di cui quell'organo era
investito nell'ordinamento costituzionale tedesco e per la preminenza di
esso sugli altri organi costituzionali, costituiva una vera e propria norma
giuridica o, comunque, un ordine insindacabile.

In merito va precisato che il Kappler non fu chiamato ad eseguire un ordine
di Hitler, ma un ordine di Maeltzer, che aveva a sua base un ordine di quel
capo di Stato e di cui egli era a conoscenza. In sostanza, come si è
osservato, dal momento che il Gen. Maeltzer ordinò al Kappler di fucilare le
320 persone delle quali si era discusso e ciò sulla base di n ordine di
Hitler che disponeva una rappresaglia da 10 a 1, non può affermarsi che
l'ordine di quel generale relativo alla fucilazione di un determinato numero
di persone avesse lo stesso contenuto dell'ordine del Fuehrer.

Tuttavia, stante che l'ordine del Maeltzer prendeva le mosse da un ordine di
Hitler e di ciò era a conoscenza l'imputato, la tesi difensiva merita di
essere esaminata.

Per le considerazioni già svolte, il Collegio ritiene che il problema
prospettato dalla difesa vada posto relativamente alla fucilazione di 320
persone, non alla fucilazione delle altre persone, la cui causale è scissa
dall'ordine in esame.

In merito alla tesi difensiva il Collegio osserva come non sia esatto
qualificare norma giuridica un ordine proveniente da un determinato organo
solo perché questo abbia anche competenza legislativa. Non è la competenza
di un organo, difatti, che determina la natura di un imperativo, ma il
contenuto di questo. Pertanto quando l'imperativo si rivolge ad un caso
particolare, come nel fatto in esame, qualunque sia la competenza
dell'organo che l'ha posto, va escluso possa trattarsi di precetto
legislativo, la cui caratteristica principale è l'astrattezza.

Infondata è pure l'altra tesi relativa alla insindacabilità dell'ordine del
Fuehrer. Invero, pur non potendosi disconoscere la grande forza morale che
l'ordine del Fuehrer aveva nell'organizzazione militare ed in modo speciale
in quelle organizzazioni, come per esempio quella delle SS, che erano
maggiormente legate a quell'organo, va esclusa sotto il profilo giuridico
una insindacabilità di quell'ordine. Anche la legislazione penale militare
tedesca, difatti, alla stessa stregua dei moderni ordinamenti giuridici,
pone il principio per il quale l'inferiore che abbia commesso un fatto
delittuoso per ordine del superiore risponde di quel fatto, tranne che abbia
ritenuto di obbedire ad un ordine legittimo. Principio questo
sostanzialmente uguale a quello dell'art. 40 c.p.m.pace, in base al quale va
esaminato l'aspetto della colpevolezza.

Quest'esame va fatto riportandosi ai principi che disciplinavano
l'organizzazione delle SS, della quale il Kappler faceva parte. A quest'uopo
bisogna tenere presente che in quell'organizzazione vigeva una disciplina
rigidissima e veniva osservata una prassi che aggravava maggiormente i
principi di quella disciplina. Dal dibattimento è risultato che le denunzie
ai Tribunale militari delle SS, per reati commessi dagli appartenenti a
quest'organizzazione, non venivano trasmesse direttamente, ma tramite il
capo di quell'organizzazione Himmler, il quale spesso in calce alle
denunzie, specie in quelle più gravi, esprimeva delle direttive, cui i
giudici rigorosamente si attenevano.

Questi elementi, i quali dimostrano il livello di degradazione cui avesse
portato un sistema politico di accentuato statalismo, devono essere tenuti
presenti in un'indagine sul dolo, qualunque sia stata l'attività delle SS in
tempo di pace ed in tempo di guerra, dato che la relativa organizzazione
faceva parte dell'ordinamento amministrativo tedesco.

Ciò premesso, il Collegio ritiene che l'ordine di uccidere dieci italiani
per ogni tedesco morto nell'attentato di Via Rasella, concretatosi,
attraverso il Gen. Maeltzer, nell'ordine di uccidere 320 persone in
relazione a 32 morti, pur essendo illegittimo in quanto quelle fucilazioni
costituivano per le considerazioni esposte degli omicidi, non può affermarsi
con sicura coscienza che tale sia apparso al Kappler.

Il modo dell'esecuzione, crudele verso le vittime, se queste stando ad
attendere sul piazzale all'imboccatura della cava sentivano, frammiste con
le detonazioni, le angosciose grida delle vittime che le avevano precedute e
di esse quindi, nell'interno della cava, scorgevano al chiarore delle
fiaccole i cadaveri sparsi o ammucchiati, costituisce un elemento obbiettivo
di prova circa la coscienza dell'illegittimità dell'ordine. Ma non è da
escludere che quelle modalità siano collegate, più che ad una volontà
cosciente circa l'illegittimità dell'ordine, ad uno stato d'animo di
solidarietà verso i tedeschi morti anch'essi della polizia, sfociato, per
odio contro gli italiani concittadini degli attentatori, in una crudeltà
nell'esecuzione.

Questa deduzione, l'abito mentale portato all'obbedienza pronta che
l'imputato si era formato prestando servizio in un'organizzazione dalla
disciplina rigidissima, il fatto che ordini aventi lo stesso contenuto in
precedenza erano stati eseguiti nelle varie zone d'operazioni, la
circostanza che un ordine del Capo dello Stato e Comandante Supremo delle
forze armate, per la grande forza morale ad esso attinente, non può non
diminuire, specie in un militare, quella libertà di giudizio necessaria per
un esatto sindacato, sono elementi i quali fanno ritenere al Collegio non
possa affermarsi con sicurezza che il Kappler abbia avuto coscienza e
volontà di obbedire ad un ordine illegittimo.

Diversa, invece, è la posizione dell'imputato per la fucilazione di 10
ebrei, da lui disposta, come si è visto, per avere appreso che era morto
altro soldato tedesco e senza che in merito avesse avuto alcun ordine. Per
questa azione la sua responsabilità è piena sia dal lato oggettivo sia da
quello soggettivo.

Sotto il profilo oggettivo va escluso che si tratti di rappresaglia, in
quanto, a prescindere da altre considerazioni, il soggetto che dispose la
fucilazione delle dieci persone non aveva competenza ad ordinare
rappresaglie. Queste, difatti, secondo l'ordinamento tedesco, alla stessa
stregua di altri ordinamenti, possono essere disposte da comandanti di
grande unità.

In tanto si può parlare se per un'azione sussista o meno una causa
giustificatrice dell'antigiuridicità in quanto il soggetto che commise tale
azione sia lo stesso facultato dalla legge a comportarsi, in particolari
situazioni ed entro determinati limiti, nella maniera attinente a tale
causa.

Per la stessa ragione va negato che la fucilazione delle dieci persone
costituisca una rappresaglia fuori dei casi consentiti, punita a norma
dell'art. 176 c.p.m.guerra. Perché questa norma entri in funzione, difatti,
è necessario, fra l'altro, che il comandante, il quale abbia ordinato la
rappresaglia fuori dei casi consentiti, sia competente a disporre un atto
del genere.

Va pure escluso che l'esecuzione in questione rientri nella repressione
collettiva, in quanto, come si è detto parlando della esecuzione in generale
a proposito di quest'istituto, non si è verificata alcuna delle condizioni
del procedimento della repressione collettiva.

Come si è detto nell'inquadrare giuridicamente la fucilazione in genere
delle Cave Ardeatine, questa esecuzione rientra nell'ipotesi delittuosa
prevista dall'art. 185 c.p.m.guerra la cui concreta applicazione è stata
oggetto di esame da parte del Collegio.

Trattasi, difatti, anche in questa ipotesi di omicidi commessi in relazione
all'attentato di Via Rasella, cioè per una causa non estranea alla guerra,
senza necessità, come si è dimostrato nel discutere della fucilazione in
genere, e senza giustificato motivo dal momento che va negata, come si è
detto, la sussistenza delle cause giustificatrici inerenti alla rappresaglia
ed alla repressione collettiva. L'imputato ordinò la fucilazione dei dieci
ebrei in questione, come si è detto nella esposizione del fatto, sapendo di
fare cosa che non rientrava nell'ordine ricevuto. Egli agì in maniera
arbitraria sperando che le più alte gerarchie, attraverso quest'azione,
avrebbero visto in lui l'uomo di pronta iniziativa, capace di colpire e di
reprimere col massimo rigore.

Non era questa la prima volta che il Kappler agiva arbitrariamente ed
illegalmente nell'intento di porre in rilievo la sua personalità come quella
di chi, superiore ad ogni pregiudizio di carattere giuridico o morale,
adotta pronte, energiche e spregiudicate misure.

Anche per l'oro degli ebrei, come si è visto, egli agì con la stessa
spregiudicatezza ed illegalità.

La causale dell'uno e dell'altro delitto è nella sfrenata ed aberrante
ambizione dell'uomo.

Egli è il nazista tipico: il suo interrogatorio ed il suo comportamento
mettono in rilievo un uomo permeato di quei principi nazisti che, nella
guerra, dovevano necessariamente sfociare nella non considerazione della
personalità dei nemici e nella spietata subordinazione di tutti gli
interessi a quelli della Germania e delle forze armate tedesche. Su questo
piano non c'è norma giuridica che possa frenare: il diritto esiste nei
rapporti interni dei tedeschi; per le popolazioni nemiche c'è la legge della
forza. E' questo il piano sul quale si muovono i nazisti in guerra. Il
Kappler poi, che è intransigente, ambizioso e permeato fino
all'esasperazione di nazismo, opera con grande libertà d'azione perché vuole
essere un operatore di primo piano, non un semplice esecutore di ordini, e
rompe gli inciampi che vecchi uomini della Wermacht, educati in base a
principi meno spregiudicati, potrebbero eventualmente frapporre.

Nella ricostruzione di un fatto delittuoso la personalità dell'imputato
quale scaturisce dalle risultanze processuali costituisce l'elemento
propulsore nella ricerca della verità. Ed è sulla base di questa personalità
e di tutti quegli altri elementi obbiettivi, scaturiti dal giudizio e messi
in rilievo, che il Collegio trae la sicura convinzione che il prevenuto
nella fucilazione delle dieci persone in questione agì avendo coscienza e
volontà di operare in maniera arbitraria, non in base ad un ordine ricevuto.

Le dieci fucilazioni, pertanto, concretano dieci omicidi volontari i quali,
essendo stati commessi in conseguenza di uno stesso disegno criminoso,
devono farsi rientrare nella figura giuridica dell'omicidio continuato.

La fucilazione delle altre cinque persone fu dovuta, come si è detto nella
esposizione dei fatti, ad un errore che, per l'occasione in cui si
manifestò, dimostra come il Kappler e nei suoi collaboratori più vicini sia
mancato il più elementare senso di umanità.

Queste cinque persone, prelevate in più del numero stabilito fra i detenuti
a disposizione dei tedeschi e portate alle Cave Ardeatine, furono fucilate
perché il Cap. Schutze ed il Cap. Priebke, preposti alla direzione
dell'esecuzione ed al controllo delle vittime, nella frenetica foga di
effettuare l'esecuzione con la massima rapidità, non s'accorsero che esse
erano estranee alle liste fatte in precedenza.

Chiunque sia stato l'ufficiale od il sottufficiale che effettuò erroneamente
il prelevamento delle persone in questione, è certo che la loro uccisione si
riporta alle insufficienti ed inopportune direttive date dal Kappler per
l'esecuzione ed alla straordinaria negligenza di quei due capitani, contro i
quali in questa sede non si procede per essere stato il relativo
procedimento stralciato in istruttoria. Il Kappler si preoccupò di
raccomandare ai suoi inferiori di agire con la massima celerità
nell'esecuzione, ma non si curò di controllare l'operato di quelli e di
accertarsi che non si verificassero delle omissioni fatali, la cui
possibilità non era difficile stante il ritmo acceleratissimo con cui i
detenuti erano prelevati e fucilati.

Vi è stata da parte di questo imputato un'omissione relativamente alle
opportune misure per un'esecuzione in grande massa da eseguirsi in poche ore
ed è a tale omissione che si riporta l'errore che condusse alla morte queste
cinque persone.

Essendo avvenuto che oltre le persone contro le quali era diretta l'offesa,
siano state fucilate cinque persone per un errore nel controllo delle
vittime, il Collegio ritiene che il fatto rientri nell'ipotesi delittuosa
dell'art. 82, 2° comma c.p.. Invero, l'errore nel controllo delle vittime
può ben farsi rientrare in quella "causa" generica, che costituisce una
delle condizioni di applicabilità della norma in esame quando siasi
cagionata offesa, oltre che alla persona alla quale essa era diretta, anche
a persona diversa.

Oltre che dei dieci omicidi dei quali si è ampiamente discusso, il Kappler
risponde, stante l'accennato rapporto di causalità, anche di questi cinque
omicidi a norma dell'art. 82, 2° comma c.p..

Stabilito che dagli elementi emersi è dubbio se il Kappler abbia avuto
coscienza e volontà di ubbidire ad un ordine illegittimo, quale era quello
datogli per la fucilazione di 320 persone, ed accertata la responsabilità di
quest'imputato relativamente ai quindici omicidi, occorre esaminare la
posizione degli altri imputati.

Costoro ricevettero ordine dal Kappler di partecipare alla fucilazione di
320 italiani (dich. Kappler, col.VII, f.28 retro) in conseguenza
dell'attentato di Via Rasella ed in relazione ad un ordine che a lui era
stato dato da un'autorità superiore, che alcuni ritennero, in base alle
parole non chiare di quello, fosse il Maresciallo Kesselring, altri capirono
essere il Generale Maeltzer.

Alcuni di questi imputati, sebbene avessero presenziato alle prime indagini
sul luogo dell'attentato, come il Domizlaff ed il Clemens, ovvero avessero
collaborato con il Kappler nella compilazione delle liste, come il Quapp,
non erano a conoscenza di tutti gli elementi di fatto noti al loro superiore
e tanto meno del contenuto dei colloqui che questi aveva avuto con le
autorità superiori. Altri, come lo Schutze ed il Wiedner, non avevano svolta
alcuna attività in merito all'attentato, ma erano stati riuniti qualche ora
prima dell'esecuzione per ricevere l'ordine di partecipare a questa e,
quindi, assieme agli altri erano stati condotti alle Cave Ardeatine.

Questi imputati non sapevano che dieci persone venivano fatte fucilare dal
Kappler al di fuori dell'ordine ricevuto né intervenivano in quella attività
che doveva determinare per errore, come si è visto, la morte di cinque
persone.

Sulla base di questi elementi, considerato che gli imputati appartenevano ad
un'organizzazione dalla disciplina rigidissima, dove assai facilmente si
acquistava un abito mentale portato alla obbedienza pronta, tenuto presente
che il timore di una denunzia ai Tribunali militari delle SS quanto mai
rigidi ed ossequienti ai valori di Himmler non poteva non diminuire la loro
libertà di giudizio, valutata infine la circostanza che gli imputati erano
ignari della esatta situazione che portava alla fucilazione delle Cave
Ardeatine mentre erano a conoscenza che ordini aventi lo stesso contenuto di
quello ad essi impartito dal Kappler spesso erano stati eseguiti in zone
d'operazioni, il Collegio ritiene debba escludersi che essi avessero
coscienza e volontà di eseguire un ordine illegittimo.

Il dubbio sulla colpevolezza, relativamente alla fucilazione di 320 persone,
sussiste nei confronti del Kappler che ha potuto avere una tenue libertà di
giudizio stante la conoscenza dei fatti inerenti all'attentato, non sussiste
per l'esecuzione in genere relativamente a questi imputati, che furono
chiamati all'ultimo momento ad eseguire un ordine e non seppero che il
numero delle vittime, dopo l'ordine ricevuto, era aumentato. Essi, pertanto,
vanno assolti dal reato loro ascritto in rubrica per avere agito
nell'esecuzione di un ordine.

Il reato di omicidio volontario continuato, di cui si è ritenuto
responsabile il Kappler, è aggravato a norma dell'art. 61 n.4 c.p. in quanto
in ciascuno di quegli omicidi si è agito con crudeltà verso le vittime.

E' risultato, difatti, che le vittime in genere ed a maggior ragione quelle
delle quali trattasi (giunte alle Cave Ardeatine dal carcere di Regina Coeli
quando erano state fucilate oltre cento persone giunte dal carcere di Via
Tasso) erano trattenute ad attendere, con le mani legate dietro la schiena ,
sul piazzale all'imboccatura della cava, da dove frammiste con le
detonazioni, esse udivano le ultime angosciose grida delle vittime che le
avevano precedute. Esse poi, entrate nella cava per essere fucilate,
scorgevano, alla luce delle torce, i numerosi cadaveri ammucchiati delle
vittime precedenti (dich. Amonn). Infine venivano fatte salire sui cadaveri
accatastati e qui erano costretti ad inginocchiarsi con la testa reclina in
avanti per essere colpite a morte, come si è accertato dalla dichiarazioni
dei medici legali Prof. Ascarella e Dott. Carella, i quali basano le loro
osservazioni su un ragionamento che al Collegio sembra pienamente
convincente, e cioè se i cadaveri delle vittime furono trovati ammucchiati
fino ad un'altezza di un metro circa, con le gambe genuflesse, così come
esse erano al momento della fucilazione, significava che caddero in quel
posto poiché, se presi ed accostati subito dopo la fucilazione come
affermano gli imputati, si sarebbero necessariamente stirati nelle gambe dal
momento che non avevano potuto ancora acquistare la rigidità cadaverica.

Le accennate circostanze, conosciute dal Kappler per avere egli partecipato
a due esecuzioni, delle quali una quando la maggior parte delle vittime era
stata fucilata, dimostrano chiaramente che le vittime, prima di essere
fucilate, furono sottoposte ad una grande, disumana e crudele sofferenza
morale.

Il Collegio ritiene poi che gli omicidi in esame siano stati commessi con
premeditazione.

Invero, il Kappler, saputo che era morto un altro soldato tedesco, s'informò
se vi erano dei detenuti disponibili e, conosciuto l'arresto di altre dieci
ebrei effettuato nella mattinata, diede ordine poiché dieci di questi
fossero fucilati onde accrescere, come si è detto, il suo prestigio di
fronte ai suoi capi nazisti con un'azione assai energica e spregiudicata ma
conforme a quelli che egli riteneva gli interessi delle forze armate. E'
stata in lui, quindi, riflessione circa l'esecuzione del delitto e
macchinazione se dovette pensare al modo di procurarsi le vittime e queste
trovò negli ebrei arrestati poche ore prima. Non vi è stato un dolo
d'impeto, ma un dolo riflessivo, sfociato, dopo che furono trovate le
vittime, nella uccisione di dieci ebrei. Il fatto che egli abbia adottato la
sua decisione in breve volgere di tempo non incide negativamente sulla
premeditazione, la quale, com'è insegnamento dottrinale e giurisprudenziale,
prescinde dal tempo, ma richiede riflessione e coordinamento di mezzi per la
commissione del delitto.

Il reato, inoltre, è aggravato a norma dell'art. 61, n.5 c.p. in quanto, col
fucilare persone detenute, si profittò di una circostanza di luogo che
ostacolava la loro difesa. Invero, una persona detenuta si trova in uno
stato di soggezione tale da non potere opporre alcuna difesa contro
attentati alla sua vita, specie poi quando questi attentati provengono da
coloro nel cui potere essa si trova.

Agli imputati è contestata l'aggravante prevista dall'art. 1, lettera A) del
R.D.L. 30.11.1942, n.1365 secondo il quale, quando la circostanza aggravante
preveduta dal citato art. 61, n.5 ricorre in dipendenza dello stato di
guerra, per i delitti di omicidio, si applica la pena di morte.

Questa aggravante, il cui contenuto è dato da una stretta relazione della
circostanza di fatto che la sostanzia con lo stato di guerra, non può
ricorrere relativamente all'art. 185 c.p.m.guerra, in cui si è inquadrato il
fatto incriminato, in quanto il movente di tale reato è "la causa non
estranea alla guerra" ed il presupposto lo stato di guerra, trovandosi il
reato medesimo nel titolo dei reati contro le leggi e gli usi di guerra del
codice penale militare di guerra. Se lo stato di guerra costituisce il
presupposto di un reato non può assumersi a presupposto di una circostanza
aggravante inerente a quel reato. Va esclusa, pertanto, la sussistenza
dell'aggravante in questione.

Sussistono, infine, le aggravanti previste dall'art. 47, n.2 e 58 c.p. per
essere il Kappler rivestito di un grado e per essere concorso nel reato
assieme a suoi inferiori.

Come si è detto, la richiesta di 50 kg. di oro agli ebrei romani, effettuata
dal Kappler nella sua qualità di organo dell'amministrazione militare
tedesca e nell'interesse di questa, non per un fine personale, concreta gli
estremi del reato di requisizione arbitraria, non già quello dell'estorsione
per cui ha avuto luogo il rinvio a giudizio.

Il motivo della richiesta, come si è visto, è dato dall'ambizione
dell'imputato di attuare un proprio piano, che sperava fosse approvato dalle
autorità di Berlino. Mentre queste, difatti, tendevano all'arresto immediato
degli ebrei ed al loro invio in un campo di concentramento, il Kappler
riteneva politicamente più opportuno giungere a questa misura gradualmente,
pensava cioè di togliere in un primo momento l'oro, che per lui costituiva
un'arma in mano di quelli, per attirare, quindi, con quest'atto di apparente
clemenza, nell'orbita del servizio spionaggio tedesco quanti di quelli egli
riteneva fossero collegati con circoli finanziari nemici e procurarsi in
questa maniera utili informazioni, per abbandonarli infine alle estreme
misure quando ormai nulla c'era da ricavare da essi.

Il Kappler agì senza autorizzazione dell'autorità competente, come egli
ammette nel suo interrogatorio, e senza necessità. Difatti le requisizioni
in zona di occupazione possono essere ordinate solo da comandanti di grandi
unità (art. 51 della citata Convenzione del 1907) d'altra parte se la
causale della imposizione del tributo è quella specificata, se nel settembre
1943 la Germania si trovava in piena efficienza bellica tanto da sostenere
fortemente l'urto degli eserciti nemici sulle varie fronti e teneva sotto
dominio quasi tutta l'Europa, se alla fine della guerra i 50 kg. di oro si
trovavano nell'ufficio del Dott. Kaltenbrunner, cui erano stati inviati, va
escluso che l'imputato abbia agito per ragioni di necessità.

L'imposizione del tributo dell'oro fu attuata, come si è detto, sotto la
minaccia di deportazione di duecento ebrei in un campo di concentramento,
qualora nel termine stabilito di trentasei ore non fosse effettuato il
versamento dell'oro richiesto.

Sulla base di questi elementi va affermata la responsabilità del Kappler per
il reato di requisizione arbitraria previsto dall'art. 224 primo e secondo
comma c.p.m.guerra.

La gravità dei fatti, i moventi e le modalità di esecuzione di essi, come
pure la personalità dell'imputato, portato per ambizione ad una
spregiudicatezza di sentire e di agire e, pertanto, non meritevole di
indulgenza, inducono il Collegio a non concedere le attenuanti generiche.

Non si ritiene poi che, per l'uno e l'altro reato, ricorra l'attenuante
prevista dall'art. 48, n.1 c.p.m.pace in quanto, come si evince da quanto
detto, va escluso che il prevenuto abbia agito per eccesso di zelo.

Invero, non vi è eccesso di zelo là dove il movente dell'azione sia dato
dall'ambizione personale, dal desiderio di porre in rilievo qualità di
energia e di spregiudicatezza che possono piacere a superiori educati a
principi di nazismo, non già intendimento di agire, sia pure nell'orbita
dell'illegalità per difetto di controllo da parte del oggetto attivo, per
una più efficace attuazione dei fini dell'amministrazione militare. Quando
il fine personale di ambizione in genere o di carriera in ispecie agisce,
come nel caso in esame, quale elemento propulsore sulla volontà di un
soggetto per spingerlo al delitto non è più dato parlare di eccesso di zelo.

Valutata la gravità dei reati di omicidio continuato pluriaggravato e di
requisizione arbitraria e la personalità dell'imputato Kappler alla stregua
delle condizioni oggettive e soggettive indicate nell'art. 133 c.p., viene
irrogata la pena dell'ergastolo per il primo reato e la pena di anni
quindici di reclusione per l'altro reato. Inoltre, viene disposto, a norma
dell'art. 72 c.p., l'isolamento diurno del condannato per anni quattro.

P. Q. M.

Visti gli artt. 364 c.p.m.pace, 477, 483 e 488 c.p.p., 72 c.p.

D I C H I A R A

KAPPLER Herbert responsabile del reato di omicidio continuato previsto e
punito dagli artt. 13, 185 primo e secondo comma c.p.m.guerra, 575, 577 n. 4
in relazione all'art. 61, n.4 e n.5, 8 c.p., 47, n.2 e 58 c.p.m.pace, ed
altresì del reato di requisizione arbitraria previsto e punito dall'art. 224
primo e secondo comma c.p.m.guerra, in questo senso modificata la rubrica
del secondo capo d'imputazione, e lo condanna alla pena dell'ergastolo per
il primo reato e ad anni quindici di reclusione per il secondo reato,
inoltre all'isolamento diurno per anni quattro ed a tutte le conseguenze di
legge.

Visti gli artt. 479 c.p.p. e 40 c.p.m.pace

A S S O L V E

Domizlaff Borante, Clemens Hans, Quapp Johannes, Schutze Kurt e Wiedner Karl
dal reato di omicidio continuato indicato nel primo capo d'imputazione in
quanto agirono per ordine di un superiore.

Roma, li venti luglio millenovecentoquarantotto.

IL PRESIDENTE
Euclide Fantoni

Seguono firme.

Il condannato Kappler Herbert in data odierna ha interposto ricorso in
nullità avanti al Tribunale Supremo Militare addì 21.7.1948

IL CANCELLIERE
Siracusa

Per il 2° - 3° - 4° - 5° e 6° la sentenza è passata ingiudicata il 24-7-1948

IL CANCELLIERE
illeggibile

Depositati i motivi in Cancelleria dal Giudice Relatore il 29.9.48
Restituita dalla Presidenza con firma del Collegio il 9 ottobre 1948

IL CANCELLIERE
Panniello

Il Tribunale Supremo Militare, con sentenza del 25.10.1952, ha rigettato il
ricorso prodotto dal Kappler. La presente sentenza, nei confronti dello
stesso, è divenuta esecutiva lo stesso giorno.

Roma, 27.10.52

Il CANCELLIERE MILITARE
Cap. G.M. Mario Siracusa

La Corte Suprema di Cassazione 1^ Sez. Penale, con sentenza in data
19.12.1953, ha dichiarato inammissibile il ricorso prodotto dal Kappler
avverso la sentenza del Tribunale Supremo Militare del 25.10.1952 Roma
10.1.1954

IL CANCELLIERE MILITARE
Siracusa

Con sent. 25.10.52 del T.S.M. è stata disposta l'eliminazione dal
dispositivo della presente sentenza dell'aggravante di cui al n.3 dell'art.
577 c.p. Roma li 30.9.1961

Il CANCELLIERE MILITARE
F. Saraca
Francesco
2004-05-27 14:17:45 UTC
Permalink
Post by Pomero
Voglio aggiungere la motivazione che il Tribunale Militare a adottato nel
processo a Kappler
Visto che non lo fa il webmaster, ne approfitto io per segnalare che
sul sito sono stati raccolti alcuni documenti dei principali processi
per crimini di guerra commessi in Italia. L'indirizzo dovrebbe essere
questo: http://www.icsm.it/articoli/documenti/processi/processi.html

Ciao, F.
In hostem celerrime volo
Francesco
2004-05-27 14:18:04 UTC
Permalink
dopo l'eplosione una seconda squadra attacco` i tedeschi (che erano bene
armati, v. sopra) a colpi di bombe a mano (piu' precisamente, bombe da
mortaio Brixia adattate
In che senso adattate? Una bomba da mortaio può essere trasformata in
una bomba a mano? Lo fanno in "Salvate il Soldato Ryan" ma pensavo si
trattasse di una delle tante.. licenze poetiche.

Ciao, F.
In hostem celerrime volo
Michele Armellini
2004-05-27 15:22:55 UTC
Permalink
Post by Francesco
dopo l'eplosione una seconda squadra attacco` i tedeschi (che erano bene
armati, v. sopra) a colpi di bombe a mano (piu' precisamente, bombe da
mortaio Brixia adattate
In che senso adattate? Una bomba da mortaio può essere trasformata in
una bomba a mano? Lo fanno in "Salvate il Soldato Ryan" ma pensavo si
trattasse di una delle tante.. licenze poetiche.
Neanche per idea. L'uso di bombe da mortaio leggero in quel modo esatto è
documentato nientepopodimeno che dalla motivazione di una Medal of Honor.
Eccezionale, ma avvenuto sul serio almeno in quell'occasione.
Francesco
2004-05-30 12:12:49 UTC
Permalink
Il Thu, 27 May 2004 15:22:55 GMT, "Michele Armellini"
Post by Michele Armellini
L'uso di bombe da mortaio leggero in quel modo esatto
è documentato nientepopodimeno che dalla motivazione
di una Medal of Honor.
Grazie, non lo sapevo. Però sarei curioso di conoscere il modo in cui
venivano adattate e impiegate queste bombe da mortaio. Il metodo visto
in Salvate il Soldato Ryan (una botta sulla spoletta e via) mi
lasciava molto perplesso.

Ciao, F.
In hostem celerrime volo

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